La favola della stilista Emanuela Nurra: da Bonorva alle passerelle di Shanghai

La stilista Emanuela Nurra, a destra, disegna gli abiti sotto lo sguardo attento delle figlie Emilia e Giulia

«Negli abiti l’amore per la mia terra» La sua linea per bambine nata in Cina è distribuita in Asia, Europa e America  

SASSARI. Si ferma spesso a pensare a che cosa la mamma, che non c’è più, le avrebbe detto di fare. La risposta è un sorriso e un invito: «Vai, senza paura, ogni lasciata è persa». E allora Emanuela va, accompagnata dalla dolcezza del ricordo che in questi anni in giro per il mondo non l’ha mai fatta sentire sola. Da quando è partita da Bonorva si è voltata spesso indietro, per fissare ancora meglio nella mente quello che lasciava e che, sapeva, ci sarebbe stato sempre. Sino a quando un caro amico, di fronte alle sue creazioni e all’ipotesi del primo vero progetto imprenditoriale le disse: «Tu realizzi abiti ma soprattutto vendi una storia, sentimenti». E allora per Emanuela tutto divenne più nitido: «La vita è un continuo andare avanti portandosi dietro e dentro il passato, la memoria».

Emanuela Nurra, 46 anni, è la fondatrice e il direttore creativo di “C’era una volta”, nato nel 2015 a Shanghai: abbigliamento per bambine dai 2 ai 14 anni, stile romantico, semplicità e purezza nelle linee e nei tessuti. Gonne e camicie che ricordano gli abiti di un tempo, ispirati a quelli realizzati dalla nonna e dalla mamma Maria Giovanna, rivisitati in chiave moderna. Oggi “C’era una volta” è una linea di successo presente in tre continenti - Asia, Europa, America - in oltre 50 negozi multibrand. E dopo avere presentato le collezioni a Play Time di Parigi, New York e Pitti Bimbo di Firenze, ha conquistato per due volte la passerella della Fashion week di Shanghai: unico marchio italiano protagonista nel primo evento post Covid, proprio là dove è iniziata un’avventura che parla di donne, di forza e passione.

Da Bonorva a Seoul. Da quattro anni Emanuela vive a Seoul, Corea del Sud, con la sua famiglia: il marito Benjamin, francese, ingegnere chimico, e le figlie Emilie e Giulia, 12 e 9 anni. La loro vita è scandita dai viaggi, dalla voglia di conoscere. Emanuela e Benjamin parlano 6 lingue, le bambine 4. Marito e moglie dialogano in italiano, con le figlie in italiano e francese, i film si guardano in inglese. E pensare che quando ha lasciato la Sardegna, dopo gli studi all’Accademia della Belle arti di Sassari, l’inglese di Emanuela era poco più che scolastico. E allora dopo la prima esperienza a Firenze con il master in fashion design al Polimoda, partire per l’Inghilterra è stato naturale: «Volevo lavorare nel campo della moda – dice Emanuela – ma se non conosci l’inglese non hai possibilità».

A Londra arriva con le idee chiare e va a bussare alle porte del lusso: «Dior e Fendi, ho avuto la fortuna di essere la responsabile del reparto donna: sceglievo gli abiti per clienti molto note ed esigenti, con il mio amore per il dettaglio ne esaltavo la bellezza». Poi l’incontro in Italia con Benjamin, in occasione del matrimonio di un caro amico, la porta in Giappone, a Kyoto, dove i due si sposano. Emanuela si tuffa nello studio: corsi full immersion e dopo 6 mesi ha completa padronanza del giapponese. Quella di Kyoto è una parentesi meravigliosa. Poi il lavoro del marito li porta in Francia quando Emanuela è incinta di Emilie. «Inizio a studiare il francese ma trovo lavoro grazie al fatto che parlo giapponese: per Dolce e Gabbana mi occupo delle clienti giapponesi». Dopo un anno Emanuela cambia ancora e approda da Givenchy, «il mio sogno da bambina». Ma non è finita, ancora una volta ci sono traslochi da preparare: l’azienda chiama Benjamin in Cina, a Shanghai.

La nuova vita a Shanghai. Nel 2015, cinque anni dopo l’arrivo in Cina, Emilie ha 7 anni e c’è anche Giulia, che ne ha 3. Emanuela ha imparato alla perfezione il cinese e, ispirata e stimolata dalle esperienze con i grandi marchi della moda, inizia a disegnare abiti per le sue bimbe. Ha le idee chiare, sa che vuole «semplicità, purezza, delicatezza che valorizzi la bellezza, scelgo i tessuti e li porto dal mio bravissimo sarto di fiducia». Vengono fuori lunghe camicie da notte, «gonne che girano, come le desideravano le bimbe», vestiti in lino e pizzo. «È un tuffo nel passato, rivedo gli abiti che mia mamma e mia nonna cucivano per me e le mie due sorelle».

Il dna sardo, i ricordi di una infanzia felice conquistano anche la Cina: «Le mamme delle compagne delle bambine mi chiedono di cucire abiti per loro, inizio a capire che sto realizzando il mio sogno, fare la stilista». Nasce “C’era una volta”, dalla passione e dai buoni consigli: «È un caro amico, Jaron Chan, a incoraggiarmi: “Hai una storia da raccontare, fallo”». Emanuela inizia a scriverla, quella storia. Il lavoro è tanto, le richieste aumentano. Lei è sola e ha bisogno di aiuto. «Per caso un giorno conosco Paola Talamini Minotto, consulente di moda di origini trevigiane, nella mia bakery preferita di Shanghai. Sto chiacchierando con una designer, lei ci ascolta e chiede di vedere le mie creazioni perché ha una bimba di 3 anni, Olivia.

Nasce una intesa perfetta. Paola è laureata in Economia e ha lavorato nella gestione dei prodotti e della vendita al dettaglio per DSquared2, Benetton, Diesel, Burberry: è il tassello mancante». Quando Benjamin annuncia a Emanuela l’imminente trasferimento in Corea, è Paola la soluzione. Con Emanuela entrano in società con i ruoli di founder - responsabile creativa e brand manager. E il marchio vola. Nonostante la distanza e il Covid che impedisce i viaggi, la macchina è perfetta: Emanuela sceglie i tessuti e disegna, le sue bimbe giudicano, criticano e approvano, le factory a Shanghai realizzano, Paola promuove e organizza. L’ultimo successo alla Shanghai fashion week «con la sfilata preparata tra chat e videochiamate interminabili». E ora? Nuova corsa, si riparte. «A luglio lasciamo la Corea e andiamo in Giappone, a Tokyo. È come tornare a casa. E vado, portando mia madre sempre con me».
 

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