Il romano che parla in sardo: «Folgorato dalla limba»

Fabrizio Giuffrida

La storia di Fabrizio Giuffrida, fotografo e amante delle musiche tradizionali «Dal canto a tenore alle gare di poesia, quest’isola mi ha conquistato»

NUORO. Parla il sardo molto bene. Eppure in Sardegna non c’è nato e non ci vive, ma appena può, almeno una volta l’anno, ci trascorre del tempo. D’estate ma non solo. Nel suo caso l’amore per la lingua conquistata è deflagrato improvvisamente ed è stato più forte delle distanze dalla sua Roma. Fabrizio Giuffrida, 57 anni, fotografo e traduttore romano, ha scoperto la lingua trent’anni fa. Qualcuno che lo conosce bene dice che abbia imparato anche a pensare in sardo. “Est su Romanu chi faeddat su sardu” è il modo in cui spesso viene presentato da amici ridanciani ai loro conoscenti, che lo mettono subito alla prova avviando una conversazione in limba. Poi stupiti gli chiedono inevitabilmente se ha genitori o parenti sardi e alla sua risposta negativa la domanda successiva è “come mai parli così bene il sardo”. «La mia risposta è ogni volta sempre la stessa: perché mi piace, è una bella lingua», dice con una semplicità disarmante. «Nella mia esperienza, la scoperta della lingua sarda è andata di pari passo con quella della Sardegna».



Cultura e musica. Galeotta fu, si fa per dire, la visione in un pomeriggio degli anni Ottanta di una trasmissione tv della Rai. «In quell’occasione sentii per la prima volta il canto a tenore, un’espressione che non conoscevo. Non ero ancora mai stato in Sardegna e per me, chitarrista rock con un nascente interesse per le musiche tradizionali, fu una vera rivelazione». Iniziò così a frequentare la Sardegna e gli apparve subito chiaro che oltre alle spiagge meravigliose, c’era molto altro da apprendere se solo lo avesse voluto: storia, tradizioni, archeologia, arte, musica. «Avevo deciso: volevo conoscere questa terra e iniziai a leggere di tutto, da Grazia Deledda a testi di antropologia, e ad ascoltare musica sarda. Questo fece emergere la necessità di imparare la lingua: all’inizio volevo capire cosa cantassero i tenores, e preziose furono le raccolte di poesie pubblicate da una casa editrice di Cagliari, che portavano il testo originale in sardo con la traduzione italiana. Conobbi così i poeti e la forza delle loro liriche. Da Mossa, a Mereu, Murenu, Antioco Casula Montanaru e altri».

La scoperta della lingua. Le letture, lo studio non bastavano più, Giuffrida voleva capire quello che si dicevano i parenti dei suoi amici quando parlavano tra loro, voleva fare a meno di traduzioni, voleva capire e saper rispondere, insomma voleva parlare. Vivere la quotidianità senza filtri. Così per Fabrizio Giuffrida negli anni Novanta inizia un personalissimo corso di sardo intensivo. «Allora esistevano già diverse grammatiche del sardo, alcune anche multimediali, vocabolari e dizionari, persino libri di esercizi, che mi furono molto utili per mettere un po' di ordine nelle cose che imparavo qua e là. Avevo conosciuto un sardo che viveva nella penisola da parecchi anni e con lui facevo pratica, imparavo frasi idiomatiche e filastrocche, scoprivo i frastimos (maledizioni)! Iniziai così a parlare il sardo del suo paese, Teti, in Barbagia di Ollolai, ben diverso dal logudorese illustre della tradizione poetica. All’epoca scrivevo su riviste di musica ed ebbi modo di conoscere e intervistare le grandi figure della musica sarda (tra loro Cordas et Cannas, Elena Ledda, Tenore Remunnu ‘e Locu di Bitti) che calcavano i palchi di tutto il mondo. Fu una grande soddisfazione per me riuscire ad abbandonare l’italiano e parlare in sardo», racconta Giuffrida che colloca invece il suo “balzo in avanti” in seguito all’incontro con Bernard Lortat-Jacob, etnomusicologo francese grande conoscitore della Sardegna, e sua moglie Maria Manca, antropologa. «Conoscerli ha rappresentato una vera svolta. Da loro ho imparato il gusto per l’analisi antropologica e lo sguardo profondo sulle cose di Sardegna. La loro amicizia mi portò a frequentare Irgoli, in Baronia, dove avevano preso casa. Lì mi confrontai con una variante di sardo ancora diversa per pronuncia, intonazione e lessico. Allo stesso tempo con Maria iniziai a seguire le gare poetiche logudoresi, sulle quali lei stava scrivendo un importante lavoro poi pubblicato dall’Isre. Anche questa tradizione mi piacque moltissimo e mi resi conto che i poeti improvvisatori sono i depositari di una grande conoscenza linguistica: oltre a fornire spunti di riflessione sui temi trattati, sono una risorsa inesauribile sulla lingua sarda», dice Fabrizio che dimostra sempre di più quanto tenesse alla causa del sardo e delle lingue minoritarie tanto da prendere carta a penna e scrivere ad alcuni importanti leader politici.

La battaglia politica. «Nel 1999 in Parlamento venne presentato un disegno di legge che finalmente riconosceva l’esistenza e l’importanza delle lingue minoritarie. Ne nacque un dibattito acceso tra sostenitori e detrattori. Tra chi non vedeva di buon occhio questo percorso c’era anche Giulio Andreotti. L’assurdità evidente di certe affermazioni mi spinse a scrivere ai detrattori, contestando le loro posizioni, e anche al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, esortandolo a firmare la legge. Alla lettera allegai il volumetto “Breve storia della lingua sarda” di Matteo Porru. Sulla prima pagina delle copie destinate ai politici detrattori scrissi per ognuno un diverso proverbio sardo, con traduzione in italiano. Quello che scelsi per Giulio Andreotti fu “In cosa chi non connosches, lea cussizu (nelle questioni che non conosci fatti consigliare)». Dalle prime conversazioni in sardo a oggi di tempo ne è passato tanto e ormai si può dire che Fabrizio Giuffrida, romano de Roma, ma cittadino del mondo, sa parlare e scrivere il sardo. «Un percorso che non si è concluso – assicura – perché ho ancora tanto da imparare».


 

 

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