Pastori a processo: «Protesta giusta»

Gli allevatori contro la magistratura: «Verso di noi accanimento immotivato»

SASSARI. I “pastori senza bandiere” non ci stanno. A due anni dalle clamorose proteste contro il prezzo del latte che hanno scosso l’isola e il resto del paese, gli allevatori sono ora chiamati a rispondere dei comportamenti tenuti durante le settimane di aspra contestazione che avevano acceso il febbraio del 2019. Secondo il movimento che aveva protestato occupando le piazze e le strade di tutta la Sardegna, sversando enormi quantità di latte che in ogni caso sarebbe stato venduto sotto prezzo, gli strascichi legali rischierebbero di mettere in secondo piano le regioni di una protesta che, a due anni di distanza, non ha raggiunto gli scopi prefissati. La giusta remunerazione del latte, secondo gli allevatori, è ancora un’ipotesi da trasformare in realtà. In ballo ci sarebbe il futuro di un’intera categoria produttiva.

«Domani (oggi, ndr)al tribunale di Sassari si svolgeranno due processi in cui sono coinvolti otto allevatori, a cui sono stati contestai i reati di rapina, blocco stradale e danneggiamento – spiegano i portavoce del movimento dei pastori, Gian Luigi Dettori e Moira Murgia –. Diventa sempre più pesante l'accanimento giudiziario contro i pastori che hanno manifestato nel febbraio del 2019. In questi giorni si stanno svolgendo i processi, sempre più ravvicinati, in vari tribunali della Sardegna, con accuse di gravi reati per numerosi allevatori. I "Pastori senza bandiere" a due anni da quei fatti, pretendono che finalmente si riconosca la legittimità di quelle rivendicazioni, – continuano i due portavoce – che, anche nei momenti di maggiore tensione, è stata condotta senza che venissero consumati atti violenti contro le persone. È necessario che venga riconosciuto il motivo che ha caratterizzato la protesta, ovvero una battaglia rivolta a garantire la giusta remunerazione del latte per gli allevatori ovini, settore portante di tutta l'economia sarda». Secondo gli allevatori, la protesta non avrebbe varcato i confini del lecito e, in ogni caso, sarebbe nata da ragioni più che valide: «Per questi motivi i Pastori senza bandiere respingono con forza la possibilità che si guardi la protesta di una categoria di lavoratori come un’attività criminosa da condannare e punire severamente. Le sacrosante ragioni di un'intera categoria aspettano ancora di essere adeguatamente tutelate e garantite, attraverso strumenti di contrattazione. Non è giusto che invece vengano represse con denunce e processi che colpiscono ingiustamente i pastori e le loro famiglie», concludono Dettori e Murgia. (c.z.)

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