Il pm pronto a contestare le versioni dei testimoni
di Mauro Lissia
Dai verbali d’indagine sono emerse ipotesi di false informazioni alla Procura
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CAGLIARI. Il lavoro di confronto fra i verbali dei testimoni è concluso, la relazione della Guardia di Finanza è sulla scrivania del pm Giangiacomo Pilia le cui valutazioni saranno alla base dei nuovi passi cui è destinata l’inchiesta giudiziaria sull’ormai citatissimo pranzo di Sardara dello scorso 7 aprile, quando una quarantina di persone - compresi politici di peso e alti dirigenti di enti regionali - si sono ritrovati all’hotel delle Nuove Terme a Sardara in piena zona arancione per un incontro conviviale dai contenuti rimasti finora misteriosi.
Partita da notizie di stampa ed esposti, l’indagine ha avuto una forte accelerazione iniziale, spinta anche dalla determinazione imposta dall’ufficio dell’allora procuratore capo Maria Alessandra Pelagatti, ora in pensione. Maturata l’iscrizione al registro degli indagati per cinque dei commensali, con accuse di peculato e omissione di atti d’ufficio, il lavoro di ricostruzione della Procura si è chiuso con le ultime chiamate dei testimoni e il riserbo degli uffici al terzo piano del palazzo di giustizia impedisce di sapere quando si aprirà l’annunciatissima fase due del procedimento, quella in cui le persone informate sui fatti dovranno confermare o rivedere quanto hanno riferito al magistrato nel corso del primo esame. Stavolta però una buona parte dei testimoni dovrà presentarsi in vesti diverse, quelle di indagato: il pm Pilia si prepara infatti a contestare con nuove iscrizioni il reato di false informazioni al pubblico ministero - articolo 371 bis del codice penale - che prevede una pena fino a quattro anni di reclusione. Alcune delle persone già sentite come testimoni saranno invitate a comparire accompagnate da un difensore, stavolta senza l’obbligo di rispondere alle domande del magistrato e di dire la verità. Potranno, caso per caso, ricordare le circostanze messe a verbale al primo faccia a faccia col pubblico ministero per chiarire, se lo vorranno, le contraddizioni emerse in indagine e i fatti che alla luce degli accertamenti di polizia giudiziaria sono risultati diversi da come descritti. Un lavoro non facile per il magistrato inquirente e per la Guardia di Finanza che lo affianca nell’indagine, un impegno istruttorio che potrebbe durare mesi e i cui esiti restano ancorati alla speranza che l’apparente omertà diffusa tra chi ha partecipato al banchetto mostri qualche crepa. Difficile prevedere se questa fase si aprirà prima della pausa giudiziaria estiva oppure subito dopo. Certo è che l’inchiesta nata su impulso dei vertici della Procura per capire quale fosse l’ordine del giorno del banchetto finora è servita soltanto a mettere in luce alcune condotte improprie, come l’uso dell’auto di servizio per scopi privati, e in generale il comportamento irresponsabile dei commensali riuniti a pranzo in barba al decreto governativo anti-pandemia. Ma sulle ragioni di una riunione così estesa e articolata, convocata col rischio di sanzioni salate, sono emerse solo ricostruzioni giornalistiche la cui attendibilità è ancor’oggi tutta da verificare.
Con l'ipotesi di peculato d'uso per avere utilizzato l'auto di servizio finora gli indagati sono quattro: il colonnello Marco Granari, comandante del 151/o reggimento della Brigata Sassari, il suo vice tenente colonnello Mario Piras, l’ex direttore generale di Forestas, Giuliano Patteri, e l'ex manager dell'Azienda ospedaliero universitaria Giorgio Sorrentino, che si è subito dimesso dall'incarico. Il colonnello Granari è indagato per peculato e tentata truffa militare anche dalla Procura militare di Roma che ha acquisito gli atti dalla Procura ordinaria di Cagliari per la parte di sua competenza. L'accusa di omissione d'atti d'ufficio è stata invece ipotizzata per Antonio Casula, comandante regionale del Corpo Forestale. A metterlo nei guai sarebbe il suo ruolo istituzionale: è un pubblico ufficiale ma anche un ufficiale di polizia giudiziaria in servizio con competenze specifiche nella vigilanza e nel controllo del rispetto delle norme anti-covid contro la pandemia. Non solo Casula avrebbe chiuso un occhio sul divieto di assembramento ma lui stesso l’avrebbe violato partecipando al pranzo di Sardara.
Partita da notizie di stampa ed esposti, l’indagine ha avuto una forte accelerazione iniziale, spinta anche dalla determinazione imposta dall’ufficio dell’allora procuratore capo Maria Alessandra Pelagatti, ora in pensione. Maturata l’iscrizione al registro degli indagati per cinque dei commensali, con accuse di peculato e omissione di atti d’ufficio, il lavoro di ricostruzione della Procura si è chiuso con le ultime chiamate dei testimoni e il riserbo degli uffici al terzo piano del palazzo di giustizia impedisce di sapere quando si aprirà l’annunciatissima fase due del procedimento, quella in cui le persone informate sui fatti dovranno confermare o rivedere quanto hanno riferito al magistrato nel corso del primo esame. Stavolta però una buona parte dei testimoni dovrà presentarsi in vesti diverse, quelle di indagato: il pm Pilia si prepara infatti a contestare con nuove iscrizioni il reato di false informazioni al pubblico ministero - articolo 371 bis del codice penale - che prevede una pena fino a quattro anni di reclusione. Alcune delle persone già sentite come testimoni saranno invitate a comparire accompagnate da un difensore, stavolta senza l’obbligo di rispondere alle domande del magistrato e di dire la verità. Potranno, caso per caso, ricordare le circostanze messe a verbale al primo faccia a faccia col pubblico ministero per chiarire, se lo vorranno, le contraddizioni emerse in indagine e i fatti che alla luce degli accertamenti di polizia giudiziaria sono risultati diversi da come descritti. Un lavoro non facile per il magistrato inquirente e per la Guardia di Finanza che lo affianca nell’indagine, un impegno istruttorio che potrebbe durare mesi e i cui esiti restano ancorati alla speranza che l’apparente omertà diffusa tra chi ha partecipato al banchetto mostri qualche crepa. Difficile prevedere se questa fase si aprirà prima della pausa giudiziaria estiva oppure subito dopo. Certo è che l’inchiesta nata su impulso dei vertici della Procura per capire quale fosse l’ordine del giorno del banchetto finora è servita soltanto a mettere in luce alcune condotte improprie, come l’uso dell’auto di servizio per scopi privati, e in generale il comportamento irresponsabile dei commensali riuniti a pranzo in barba al decreto governativo anti-pandemia. Ma sulle ragioni di una riunione così estesa e articolata, convocata col rischio di sanzioni salate, sono emerse solo ricostruzioni giornalistiche la cui attendibilità è ancor’oggi tutta da verificare.
Con l'ipotesi di peculato d'uso per avere utilizzato l'auto di servizio finora gli indagati sono quattro: il colonnello Marco Granari, comandante del 151/o reggimento della Brigata Sassari, il suo vice tenente colonnello Mario Piras, l’ex direttore generale di Forestas, Giuliano Patteri, e l'ex manager dell'Azienda ospedaliero universitaria Giorgio Sorrentino, che si è subito dimesso dall'incarico. Il colonnello Granari è indagato per peculato e tentata truffa militare anche dalla Procura militare di Roma che ha acquisito gli atti dalla Procura ordinaria di Cagliari per la parte di sua competenza. L'accusa di omissione d'atti d'ufficio è stata invece ipotizzata per Antonio Casula, comandante regionale del Corpo Forestale. A metterlo nei guai sarebbe il suo ruolo istituzionale: è un pubblico ufficiale ma anche un ufficiale di polizia giudiziaria in servizio con competenze specifiche nella vigilanza e nel controllo del rispetto delle norme anti-covid contro la pandemia. Non solo Casula avrebbe chiuso un occhio sul divieto di assembramento ma lui stesso l’avrebbe violato partecipando al pranzo di Sardara.
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