Genova 20 anni dopo, l'ex ministro Scajola: «Forze di polizia inadeguate, la reazione al G8 fu folle»

L'ex capo di polizia di allora De Gennario e il ministro Scaiola che respinse le dimissioni presentate dopo i fatti di Genova

All’epoca l'attuale sindaco di Imperia era il responsabile del dicastero dell’Interno: «Atti di barbarie alla Diaz e a Bolzaneto». L’invito: «Chi indossa una divisa ha un grande potere, occorre più preparazione»

SASSARI. Genova, 20 anni fa. È il 19 luglio, la città è blindata, nella zona rossa non si passa, in ogni angolo spuntano divise, l’aria è elettrica, di attesa e paura. Ministro dell’Interno è Claudio Scajola, fresco di nomina nel governo Berlusconi in carica da appena un mese e già alle prese con un evento destinato a rimanere impresso per sempre nella memoria collettiva. Quel giorno di vent’anni fa il ministro dell’Interno era molto preoccupato. «Il G8 di Genova del 2001 era una occasione straordinaria – dice oggi Scajola, sindaco di Imperia –: il summit metteva a confronto il presidente della Russia e quello degli Stati Uniti appena eletto (George Bush ndr) e doveva essere una vetrina eccezionale per il nuovo governo italiano di centrodestra protagonista di una netta vittoria alle urne. Invece quel G8 è passato alla storia solo come il vertice delle violenze».

Un finale intuito e temuto per via di scelte giudicate sbagliate: «Genova innanzitutto: non era la città adatta per ospitare l’incontro perché la conformazione urbanistica complica la gestione dell’ordine pubblico. E l’intera organizzazione, i piani per la sicurezza elaborati con un lavoro di due anni, dovevano essere rivisti alla luce degli allarmi choc dei servizi segreti su possibili attentati terroristici». Non solo: Scajola evidenzia un problema presente a suo giudizio anche oggi, dopo 20 anni: «L’inadeguatezza tra le forze di polizia, l’impreparazione ad affrontare eventi di portata simile. Ma il Governo di cui facevo parte si trovò tra le mani un copione già scritto in tutte le sue parti». E allora, nonostante il bruttissimo presagio, si decise di andare in scena.

Sindaco Scajola, 20 anni fa a Genova non avevate davvero altra scelta?

«La situazione era molto critica e il presidente Berlusconipensò addirittura di annullare il vertice. Ma non era più possibile. Così come era impossibile spostarlo da un’altra parte: troppo tardi. Tentammo comunque in tutti i modi di rasserenare il clima incontrando più volte i rappresentanti delle sigle di contestatori, spiegango che fare un corteo unico sarebbe stato pericoloso perché avrebbe agevolato l’inserimento di violenti. E poi ci confrontammo con le forze dell’ordine, spiegammo che dissentire è lecito e il diritto a manifestare doveva essere garantito. Non solo: preparammo degli opuscoli, c’era scritto “i manifestanti non sono vostri nemici”, ne distribuimmo15mila copie».

Dunque vi preoccupava la reazione delle forze dell’ordine di fronte ai disordini?

«La tensione era evidente. I rapporti dei servizi segreti erano sempre più allarmanti, il rischio di attentati di matrice internazionale era considerato elevato. In quei giorni sentii parlare per la prima volta di Osama Bin Laden, lessi il suo nome in una informativa. Per questo chiudemmo lo spazio aereo su Genova. Alcuni giornali rilanciavano i rapporti dell’intelligence e le indiscrezioni, anche le più insulse, senza verifica: scrissero persino che sarebbero stati lanciati palloncini di sangue infetto. Tra la gente cresceva la paura. E noi sapevamo di non poter fare affidamento su forze di polizia adeguatamente formate per affrontare la situazione. Infatti furono commesse idiozie, atti di barbarie e follia».

Parla dei pestaggi alla scuola Diaz e a Bolzaneto?

« Quella è una delle pagine buie scritte in quei giorni. Conforta sapere che i colpevoli individuati siano stati condannati».

E l’altra pagina buia?

«I ribelli, i violenti che misero a ferro e fuoco la città, provocando una autentica devastazione e compiendo violenze verso le forze dell’ordine».

Ma tra i manifestanti c’erano anche tanti pacifisti che vennero picchiati selvaggiamente per strada dagli agenti...

«Lo so purtroppo. Quello che è successo è figlio di un clima esasperato, nel quale sono state commesse idiozie, non riuscendo a distinguere tra buoni e cattivi. O facendosi prendere dal panico come in piazza Alimonda. E qui ritorniamo al concetto di impreparazione da parte delle forze dell’ordine».

Si riferisce al carabiniere Placanica che uccise Carlo Giuliani?

«Erano due ragazzi, uno di fronte all’altro. Quando Giuliani sollevò l’estintore Placanica gli sparò: una reazione folle, dettata dal panico, dall’inesperienza. Perché quel carabiniere alle prime armi non doveva stare lì ad affrontare una situazione molto più grande di lui».

Dove si trovava e cosa fece quando seppe della morte di Carlo Giuliani?

«Ero al Viminale, dove in quei giorni trascorrevo giorno e notte. Chiamai subito a Genova per avvertire Berlusconi e Ciampi, entrambi impegnati nel vertice. Provai un dolore enorme accompagnato dalla paura che potessero esserci disordini ancora peggiori e nuove vittime».

Contattò i familiari di Giuliani?

«No, non lo feci. In quel momento qualunque mia azione nei confronti della famiglia del ragazzo rischiava di suscitare una reazione pericolosa».

È vero che il capo della Polizia Gianni De Gennaro le presentò le dimissioni e lei le rifiutò?

«Si è vero. Ritenni che in quel momento accettarle sarebbe stato destabilizzante e avrebbe generato conseguenze drammatiche. Fui io stesso invece a chiedere ad altri tre esponenti delle forze dell’ordine – il questore di Genova, il vice capo della polizia e il capo della Criminalpol– di fare un passo indietro. E loro, da servitori dello Stato, lo fecero».

Tornando indietro si comporterebbe allo stesso modo?

«Si, ma mi chiedo spesso se avrei potuto fare di più. Questa domanda mi accompgna sempre, ha condizionato la mia vita da quel giorno».

Il tema del potere eccessivo da parte delle forze dell’ordine è sempre di attualità. alimentato da gravi fatti di cronaca come il pestaggio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Ritene che questo potere debba essere limitato?

«Ho un enorme rispetto nei confronti delle forze di polizia che fanno un lavoro prezioso, vigilano sulla nostra sicurezza spesso senza ricevere compensi adeguati al ruolo. Ma credo che dei correttivi debbano essere introdotti».

È favorevole all’introduzione dei caschi identificativi per individuare i responsabili di comportamenti illeciti?

«Quella è una buona idea e l’iniziativa potrebbe essere utile. Ma non risolve il problema, bisogna andare alla radice».

Quale è la soluzione?

«Lo dico da tempo e lo ripeto con convinzione: occorre estirpare i comportamenti scorretti da parte chi indossa una divisa ed è tutore dell’ordine attraverso una maggiore attenzione all’origine».

Suggerisce di rendere l’ingresso nelle forze di polizia più selettivo?

«Penso che sia necessario selezionare meglio e soprattutto agire sulla formazione per garantire alle forze di polizia una preparazione adeguata ad affrontare qualsiasi situazione, anche la più grave, mantenendo la lucidità, il rispetto della legge e senza mai abusare del potere dato dallo Stato».


 

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