Camilla in lotta con il cancro: «Voglio vivere, aiutatemi»

Ha il linfoma di Hodgkin e per salvarsi deve seguire una terapia costosissima. Per ogni seduta paga 15mila euro: ne servono altri 150mila, aperta una raccolta fondi

SASSARI. Una parentesi di normalità proprio quando i sogni iniziano a prendere forma: dai 15 ai 24 anni, dopo il trapianto di fegato che le ha restituito il sorriso, Camilla ha immaginato la sua strada. Era un percorso dolce, privo delle curve improvvise, delle discese con il cuore in gola e delle salite che ti tolgono il fiato con cui ha invece imparato a convivere. Oggi sta affrontando la salita più ripida e non ha scelta: non può fermarsi, l’alternativa è precipitare nel vuoto. Camilla Serafini, 28 anni, di Carbonia, ha iniziato a frequentare gli ospedali quando andava alla scuola elementare.

«A 9 anni mi è stata diagnosticata una epatite autoimmune che mi toglieva la forza di correre e giocare. Dopo 6 anni di cure e privazioni ha ricevuto un nuovo fegato. A 15 anni – dice Camilla – ho pensato che le sofferenze fossero finite e che la vita con me sarebbe stata finalmente generosa».

A 24 anni era pronta a partire per l’Inghilterra con il fidanzato Daniele: ad attenderla c’era «un lavoro bellissimo, avrei insegnato italiano in una scuola, e nel frattempo avrei proseguito nel mio campo, la comunicazione digitale». Ma la stanchezza era tornata, insieme alle febbri ricorrenti e resistenti ai farmaci e i valori delle analisi erano impazziti. Dopo qualche settimana la diagnosi: linfoma di Hodgkin. Camilla da allora lo ha già sconfitto due volte, ma il mostro è tornato per la terza volta. E ora la battaglia è più dura, perché tenacia e coraggio non bastano, per guarire Camilla ha bisogno di soldi, tanti soldi, che non ha. Serve l’aiuto di tutti per dare una chance a questa giovane donna che nonostante quello che ha passato ancora sorride alla vita e mostra con orgoglio la cicatrice sulla pancia, ricordo del trapianto di 13 anni fa. C’è una raccolta fondi avviata a gennaio (gofund.me/ffde0b84) insieme alla possibilità di una donazione diretta attraverso l’Iban IT 28I0200843851000103415376. E poi tante iniziative di solidarietà sono state messe in piedi e altre si stanno realizzando, ma bisogna fare in fretta. Camilla questo mese ha saltato l’appuntamento in clinica a Roma perché non aveva abbastanza denaro per pagare la terapia: ciascuna seduta costa 15mila euro e non c’è alcun rimborso da parte del sistema sanitario nazionale.


Salviamo Camilla. Racconta che nella sua parentesi di normalità, dai 15 ai 24 anni, le capitava di vedere nei negozi dei barattoli con una foto e una richiesta di aiuto: «Erano spesso bambini che affrontavano gravi malattie – dice Camilla – mi facevano commuovere e mi immedesimavo in loro. Ma non avrei mai pensato che un giorno su quei barattoli sarebbe stata stampata la mia faccia». Invece da poco meno di un anno, «dopo che a settembre 2020 il linfoma è tornato per la terza volta», Camilla si è ritrovata dall’altra parte. E non è stato semplice per chi da sempre è abituato a dare e non a chiedere, affidarsi all’aiuto e alla solidarietà altrui. «Sono molto orgogliosa e abituata a badare a me stessa. Ma non ho avuto scelta: voglio vivere e con il solo aiuto della mia famiglia e del mio compagno Daniele non posso farcela perché la terapia è troppo costosa». Camilla ha già speso circa 150mila euro e altrettanti ne servono per concludere il ciclo di infusioni: deve farne altre 10, le prime quattro ogni tre settimane, poi una ogni sei settimane. «I risultati ci sono, l’ultima Pet ha dato segnali confortanti, la malattia sta regredendo». Ma dopo l’appuntamento annullato in agosto, un altro rinvio non è concesso: il cancro non fa sconti e cammina veloce, se non viene contrastato è pronto ad avanzare di nuovo, con ancora maggiore violenza.

La terapia. Camilla ha sinora sconfitto il tumore seguendo terapie tradizionali come cicli di chemio. Questa volta non è possibile: l’unica cura che può salvare Camilla è basata sull’utilizzo di anticorpi monoclonali in grado di arrestare «il disordine linfoproliferativo post trapianto di organi». Con l’acronimo Ptld si indica appunto una complicanza molto frequente nei trapiantati, come Camilla. Il problema è che non esiste un protocollo specifico per il suo caso, molto raro per via delle patologie pregresse: per questo, dopo avere girato in lungo e in largo, consultato un lungo elenco di medici e chiesto chiarimenti all’Aifa (mai arrivati) Camilla si è dovuta arrendere di fronte allo sguardo dell’oncologo che nel dicembre 2020 le ha detto che la sua situazione era gravissima e il quadro clinico molto compromesso. Camilla si è trovata faccia a faccia con la morte, per ricacciarla indietro ha accettato di sottoporsi alle infusioni a pagamento nel centro oncologico privato Villa Margherita a Roma, città dove è andata a vivere con il fidanzato Daniele. Ed è lui che mentre Camilla si sottopone ogni 3 settimane alla terapia, consegna l’assegno da 15mila euro all’ufficio cassa della struttura sanitaria.

Gli obiettivi. Lo stesso medico che a dicembre scorso scuoteva la testa, un mese fa ha fatto i complimenti a Camilla e l’ha incoraggiata: «Andiamo avanti, puoi farcela». L’obiettivo è concludere la terapia monoclonale per poi accedere alla sperimentazione che dovrebbe partire nel 2022: «Sarei una sorta di paziente zero, potrei contribuire a scrivere un nuovo importante capitolo nella letteratura medico-scientifica e dunque aiutare chi si trova nella mia stessa condizione: io e Daniele vogliamo creare una Fondazione per sostenere i tanti pazienti alla prese con malattie per le quali non esistono cure coperte dal sistema sanitario nazionale e che rischiano di morire perché non hanno abbastanza denaro». Come lei, che riesce sempre a guardare avanti, con un sorriso che commuove, con una voglia di vivere che merita di essere premiata.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

WsStaticBoxes WsStaticBoxes