Vecchie ville, statue e ricordi di una Sassari che non c’è più

Marco Atzeni riporta in vita nel suo blog piccole e grandi storie della città. «Non sono matto ma a volte mi sembra di vedere i personaggi dei miei racconti»

SASSARI. “Scorsi poco lontano una bimba sola, aveva i fiocchi che le tenevano i capelli. Muoveva le manine nell’aria concentrandosi su qualcosa che non capivo. Che fai? Le dissi. Mi rispose “Accarezzo le farfalle!”, ma io non vedevo alcuna farfalla. Rimasi ad osservarla, mi arrivava poco più su del ginocchio e guardandomi seria mi chiese “Signore, io sono morta?”. Mi lasciò senza parole. Fu lei stessa a concludere il suo pensiero, dicendomi “Io non cresco mai… sono sempre piccolina!”. Fuggì via coi suoi passettini. Allora socchiusi gli occhi, e per un istante riuscii anche io a vedere le farfalle attorno a lei. Poi svanirono, le farfalle e la piccola Bianca Maria Boeri”.

Erano le 5 di pomeriggio di sabato 9 luglio 1910, e la piccola Bianca Maria Boeri, a due anni e mezzo, moriva nella casa di via Cavour.

Ogni palazzo, ogni statua custodisce un segreto o un mistero. Marco Atzeni spreme il marmo e tira fuori la storia di chi ci ha vissuto. Chi ha abitato, un secolo fa, in quella villa? Perché si chiama così? Chi era quella bimba con le codette del cimitero monumentale?

È strano che sia un giovane di 38 anni a scavare nella memoria di Sassari. E lo faccia solo per passione. Nel suo blog e nella sua pagina Facebook racconta i morti come fossero vivi. È come se andasse a trovarli nella loro casa in bianco e nero, suonasse il campanello, quattro passi e una chiacchierata nel presente, e poi li riaccompagnasse nel loro mondo color seppia, a riposare nelle pieghe della storia.

«Alle volte mi sembra di essere matto – dice – quando passo sotto le finestre di villa Farris, a Cappuccini, o villa Crovetti in viale Caprera, o nei palazzi antichi di via Roma, sollevo lo sguardo verso le finestre, e mi sembra di vedere affacciati dal passato gli inquilini di quelle abitazioni. La nobildonna che mi saluta, sento le risate dei bimbi che giocano. Ho una tale confidenza con i protagonisti di quel tempo, che li percepisco ancora vivi».

Fare il cacciatore di storie non è il suo lavoro. Non è uno storico, non ha scritto libri. Marco Atzeni è un impiegato della Provincia, laureato in Economia, dotato di una straordinaria memoria per i nomi e per le date e di una curiosità in riserva fissa. Un topo da biblioteca, ma con la faccia furba e gli addominali da Instagram.

«Sia ben chiaro: non sono una enciclopedia vivente. Io scopro e racconto. Molto spesso di quelle storie che scrivo, tre mesi prima non sapevo nulla». È un attento perlustratore del paesaggio urbano, e quando il suo sguardo si posa su una bella villa, diventa come una tomografia assiale, che vuole andare a fondo, nelle viscere, nella dimensione umana custodita nelle cose. I palazzi, gli sfarzi, le apparenze nascondono le fragilità delle famiglie: gioie, sofferenze, sacrifici, debiti, tradimenti, pianti, i delitti e tutti quei segreti di cui i muri sono intrisi. Ma non è gossip barricato, o ficcanasare nelle aristocratiche sfighe. È un rewind rispettoso, in punta di piedi. «Abitavo a Cappuccini, ed è pieno di belle ville. Chiedevo: chi l’ha costruita? Chi ci ha abitato? E non trovavo risposte. La mia ricerca è nata così. E pian piano mi sono accorto che questa curiosità non è solo mia, ma appartiene a tanti». Gli basta un nome, una traccia, una data, poi va avanti come un segugio: «Per prima cosa gli archivi della Nuova Sardegna, dove scovi tante storie. Poi gli archivi comunali, il catasto, la conservatoria». E infine lo strumento più chirurgico: Facebook. «Digiti un cognome, e scovi i parenti di quel nobile, gli eredi, che sono quasi sempre felici di riesumare le proprie origini e ti arricchiscono con gli aneddoti del bisnonno, le foto, i ricordi». E incrociando documenti e testimonianze, la pagina acquista spessore e va oltre il “Ciarameddu storicizzato”, le vulgata leggenda affascinante ma priva di fondamento. C’è Villa Farris, intrisa di lutti, mai vissuta per davvero, con un senso di malinconia inestinguibile. Villa Caria, che sintetizza un romanzo, il bello e il brutto di una vita. Un proprietario che esportava il formaggio in America, con le stive dei transatlantici all’odor di pecorino, che dormiva nei migliori hotel di New York. E poi la crisi del ’29, il tracollo finanziario e anche la villa che appassisce. O ancora villa Mimosa, con il barone Don Gaspare Arborio Mella dei conti di Sant'Elia che corteggiò la bella e giovane argentina Josephine con i mazzi di mimose. Vicende che Marco Atzeni riappiccica con scrupolo alle pareti, rifoderandole di storia. «I testamenti poi mi fanno impazzire. Racchiudono delle gemme inaspettate. Perché dentro inventari sterminati di ricchezze trovi piccoli spaccati di vita, o pillole che racchiudono il carattere del personaggio». Tipo: Giovanni Battista Basso, proprietario del palazzo di Piazza Azuni, che a fine 800 lasciava alla moglie un patrimonio immenso, a patto che in casa non entrasse nessun altro uomo. E che poi specificava le modalità delle esequie: due bare, una più grande, elegante, e all’interno una più piccola, rivestita con tessuto morbido, per un viaggio confort nell’aldilà. O ancora le ultime volontà del medico Achille De Vita, venuto da Cosenza, proprietario del palazzo De Vita in piazza d’Italia, che in più passaggi definisce la moglie deficiente. E scrive: alla mia moglie deficiente lascio.... e uno pensa: ma cosa avrà combinato questa donna? Per poi capire che la povera Fanny Lavagna non aveva alcuna colpa. Era solo l’Alzheimer, nel 1890, a non avere ancora un nome.

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