Ecosostenibile e redditizio il “Romano” si veste da star
di Antonello Palmas
Il formaggio isolano tra i protagonisti del Dairy Culture and Civilisation Forum
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BERGAMO. Tra i tanti record collezionati, il Pecorino Romano ne vanta un altro meno conosciuto ma molto significativo: 70 anni fa insieme al francese Roquefort è stato l’unico formaggio tipico a essere riconosciuto sin dal principio tra le certificazioni d'origine, primo passo verso la tutela internazionale dei formaggi Dop e Igp. Ma non solo: è anche il formaggio con la minore impronta ambientale, ovvero quello che viene prodotto nel totale rispetto della sostenibilità, capace nel 2020 di produrre un valore di 500 milioni di euro, ovvero la seconda voce dell’economia della Sardegna. Lo ha ricordato a Bergamo il presidente del Consorzio di tutela della Dop, Gianni Maoddi, nelle austere sale dell’ex monastero di Astino, durante il Dairy Culture and Civilisation Forum, nell’ambito della manifestazione “Forme Future-Antichi saperi e nuove conoscenze”, il convegno organizzato per festeggiare il 70° anniversario della firma dalla Convenzione di Stresa, l’evento che il 1° giugno 1951 vide nascere le certificazioni d'origine. Quel momento rappresentò il punto di partenza di un percorso che in questi anni ha portato il sistema delle Dop e Igp a incrementare il proprio valore economico, sociale e territoriale, divenendo pilastro fondamentale del comparto caseario nazionale. Il 10 aprile 1954 fu promulgata dall’allora presidente Einaudi la legge “Tutela delle denominazioni di origine e tipiche dei formaggi”. «La convenzione di Stresa ha rappresentato per il Pecorino Romano, così come per altri formaggi, l’inizio della sua affermazione sia produttiva che commerciale – ha detto Maoddi alla presenza dei vertici degli altri consorzi, del sottosegretario all’agricoltura Gianmarco Centinaio e di Paolo De Castro, coordinatore S&D per la commissione Agri del Parlamento Europeo –. All’interno dell’area di produzione (Sardegna, Lazio e provincia di Grosseto) si è assistito in questi ultimi 70 anni allo sviluppo di un comparto che nel caso più specifico dell’isola rappresenta oggi la seconda economia in termini di prodotto interno lordo. Il valore alla produzione del Pecorino Romano, nel 2020, è stato pari a oltre 210 milioni di euro, che trasferito nel commercio genera un valore stimato di quasi 500 milioni di euro. Numeri che – sottolinea Maoddi – fanno immediatamente capire la portata del nostro comparto, rafforzato anche dall’introduzione delle Dop, che sono oggi la massima garanzia a tutela dei consumatori. È stato evidente durante i mesi del lockdown: nella grande distribuzione la richiesta delle Dop è esplosa, la gente si è ritrovata a poter mangiare solo a casa e voleva la certezza che i prodotti fossero di alta qualità, associando automaticamente questa ricerca al marchio». Con la Convenzione i Paesi aderenti, tutti europei, si impegnarono ad assicurare un uso leale delle denominazioni d’origine dei formaggi che presupponeva anche la definizione delle specifiche caratteristiche qualitative, a garanzia dei consumatori finali. Del marchio d’origine potevano fregiarsi solo i formaggi “tradizionalmente fabbricati o raffinati in determinate regioni conformemente agli usi leali e costanti del luogo”. Principi che il Pecorino Romano incarna in pieno: Maoddi ha ricordato che in un mondo in cui i valori della genuinità e della sostenibilità hanno sempre maggiore impatto su un consumatore divenuto più esigente, un formaggio come il Pecorino Romano, frutto di un allevamento quasi esclusivamente estensivo con le greggi al pascolo, spesso naturale, garantisce, in virtù delle prescrizioni del disciplinare di produzione, oltre il 70% della razione alimentare proveniente dalla stessa zona di origine: «La presenza degli allevamenti è un presidio alla tutela ambientale dal valore incomparabile. Soprattutto nelle aree interne della Sardegna – ha spiegato il presidente del Consorzio – l’attività di allevamento rappresenta nuovamente un buon motivo per non abbandonare i piccoli centri, dunque frenare lo spopolamento, e creare occasione di ricchezza dal territorio, regalando così un’occasione importante anche ai giovani di poter restare a vivere e lavorare nella terra dove sono nati. Anche da parte degli stabilimenti di produzione ci sono stati enormi passi in avanti sul fronte ambientale: sempre più sensibili a pratiche produttive a basso impatto ambientale, continuano a investire nella produzione energetica proveniente da fonti rinnovabili disponibili in abbondanza nei nostri territori».
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