Alessandro De Roma: «Parlarne aiuta i più giovani ora tocca ai calciatori»
L'insegnante e scrittore: "La vera rivoluzione sarà quando si smetterà di parlarne"
SASSARI. La vera rivoluzione sarà quando si smetterà di parlarne, con la vita privata che resterà privata e non importerà a nessuno sapere se il vicino di casa, il cugino, il cantante, la verduraia o il professore siano gay, lesbica o etero. Perché accada c’è almeno un’ultima frontiera da abbattere: «Quella dello sport, del calcio in particolare. Se i calciatori gay potessero sentirsi liberi di fare coming out senza essere insultati dalle curve, allora sì potremmo dire che l’omofobia è finita e continuare ad occuparci di problemi reali».
Alessandro De Roma, 51 anni, di Ghilarza, scrittore e insegnante di Storia e filosofia al Liceo Marconi di Sassari, dice che la strada è lunga ma «di certo scelte come quelle dell’ex ministro Spadafora e del giornalista Matano aiutano, sono apprezzabili. Il loro coming out in diretta tv è una reazione all’affossamento del Ddl Zan, la loro commozione è importante per ribadire che si sta discutendo della dignità degli esseri umani e non di un capriccio, perché omofobia e transfobia incidono sulla vita di milioni di persone».
E soprattutto quando sei un ragazzino, magari un po’ fragile, non dimentichi. «Ricordo indistintamente a distanza di decenni i nomi e le facce dei compagni di scuola che hanno pronunciato qualcosa di omofobo. Non necessariamente nei miei confronti, ma in generale verso chi ha un orientamento sessuale differente rispetto a quello etero. La maggior parte degli omofobi non si rende neppure conto che con un insulto si rischia di distruggere l’altra persona, condannandola all’autoseppellimento in vita: l’omosessuale che si sente giudicato ha paura e allora si nasconde, vive nella finzione. Io ho scelto di essere libero, vivo la mia vita privata in maniera naturale e vorrei che per tutti fosse così. Per questo è importante che la scuola sia un luogo di protezione: ai miei studenti parlo di tolleranza e di dialogo, insegno a dire no a omofobia e razzismo».
Con la speranza che quei messaggi vengano trasferiti a casa, in famiglia, spesso culla di pregiudizi e di finte accettazioni dell’altro: «C’è ancora tanta ipocrisia e accettazione non vuol dire in alcun modo compensione. Quando il tema riguarda qualcuno che non appartiene alla nostra vita, allora si ostentano larghissime vedute. Quando invece quel qualcuno è un parente, un amico, un figlio, allora spesso si fa finta di accettare. E se si incontra un cugino con suo marito per strada, si dirà “ho incontrato mio cugino con un amico”, e quando un omosessuale muore, il suo compagno diventerà il “coinquilino”. Succede spesso, questo, ed è terribile, perché non si è liberi neppure nel momento della morte, nella manifestazione del dolore del lutto».
Come nell’ultimo libro di De Roma “Nessuno resta solo”, dove Guido è un figlio che si ritrova a fare i conti con un doppio dolore, la morte della madre e quella del compagno Nicola, con cui viveva una relazione lunga ma mai dichiarata apertamente. (si.sa.)
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