Fede e malvasia, la cantina creata da don Porcu

A 91 anni continua a occuparsi delle vigne di famiglia a Modolo. Accanto, ha costruito una chiesetta dedicata a Sant’Isidoro: «Quando posso la apro e dico messa»

Con l’età vetusta i muscoli e la vista perdono vigore, ma incredibilmente in quest’uomo di Chiesa e di terra, la memoria appare ancora ferrea e il ragionamento lucido e puntuale. Don Giuseppe Porcu, 91 anni compiuti, ammira da una grande vetrata il vigneto di Su e Giagu. Siamo a Modolo, o meglio nelle campagne di questo borgo della Planargia, disegnato con armonia da quel grande architetto che è la natura e dal lavoro dell’uomo. La grande casa-cantina è nel podere. Da qui domina dall’alto i filari di vite e lui ne segue con lo sguardo i confini indicandoli con il dito teso all’orizzonte.

Per arrivare in questo promontorio di dolci colline si scorgono altre vigne, oliveti e frutteti, tra questi i ciliegi che a maggio colorano di rosso le tanche che si arrampicano fino Suni da una parte e Magomadas dall’altra. Sono le colture identitarie che cingono il paese, ma la regina indiscussa, almeno da mezzo secolo è la malvasia, vino nobile e profumatissimo che in questo territorio calcareo e di aria salmastra che arriva dal mare esprime il massimo della sua potenzialità. Per anni questa vigna messa su dal niente da don Porcu assieme al padre contadino, dopo aver acquistato il terreno, è stata la terza parrocchia del sacerdote-viticoltore a cui negli anni il vescovo solitamente affidava la reggenza di due chiese in contemporanea (Tinnura e Sagama, Zuri e Soddì). «Si diceva così, perché in effetti la realtà era questa. Appena finivo le mie mansioni di sacerdote in parrocchia o a scuola dove insegnavo, io ero qui. Ricordo benissimo tutto. L’acquisto del fondo dai proprietari di Bosa che qui possedevano tutti i terreni, l’impianto del vigneto

con la tecnica del guyot che qui non era conosciuta e la curiosità di tanti che osservavano con diffidenza le viti.

«Ora però non c’è più una vite ad alberello – racconta il prete – attecchirono tutte». Già allora il mercato premiava questo vino che veniva pagato almeno quattro volte tanto rispetto a quello rosso. Un nettare degli dei (anche per chi professava l’ateismo) che non rimaneva di certo invenduto, se non per la volontà del produttore che destinava all’invecchiamento poche bottiglie.

Il sogno dichiarato di don Porcu era ben chiaro fin dall’inizio: riportare a Modolo i suoi fratelli da alcuni anni emigrati in Svizzera. Ripopolare dunque la terza parrocchia decisamente più profana fatta di filari, uve bianche e mosto per farla diventare la Cantina dei F.lli Porcu, nome che ancora appartiene all’azienda. La famiglia ricompattata nei 20 ettari di Su e Giagu inizia un processo di innovazione nella coltivazione del prezioso vitigno. Piccole quantità, sia ben chiaro.

Tappe a tratti pionieristiche che consentirono nel 1975 a Don Porcu, assieme a Giovanni e Angelino, di effettuare la loro prima vendemmia e nel 1977 il primo imbottigliamento.

Don Porcu, che è uomo di carattere e di fede, dopo tanti anni passati a fare il parroco in parrocchie lontane da Sa e Giagu ha pensato negli anni della pensione di costruire una chiesa qua accanto alla sua vigna e alla casa-azienda. «Era un mio desiderio e l’ho perseguito con il consenso delle autorità ecclesiastiche», taglia secco ogni possibile polemica con un’altra chiesa della curia (Madonna del Grappolo) distante nemmeno cento metri dalla sua. «La chiesa non poteva che essere dedicata che a Sant’Isidoro, il santo protettore degli agricoltori. Quando posso dico ancora messa e la apro ai visitatori», dice il sacerdote. Il vino per le funzioni religiose non manca di certo ed è di quello buono.

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