La Nuova Sardegna

Pronto soccorso e 118 senza medici e infermieri

di Roberto Petretto
Pronto soccorso e 118 senza medici e infermieri

La denuncia del presidente della Simeu: «In Sardegna carenze del 30-40%»

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SASSARI. Anno 2021, fuga dai pronto soccorso. E dal 118. Turni massacranti, aggressioni verbali e fisiche, rischi di procedimenti giudiziari e, ultimo ma non ultimo, stipendi che vengono considerati non congrui al peso dell’impegno. Ecco quindi che i medici di emergenza-urgenza lasciano il fronte e cercano compiti più tranquilli nelle retrovie. «La situazione è gravissima, non grave»: parola di Salvatore Manca, medico oristanese, una vita nella trincea dei pronto soccorso e ora presidente nazionale della Simeu, la Società italiana di medicina d’emergenza ugenza».

Pochi, bistrattati e malpagati (almeno in rapporto allo stress a cui sono sottoposti) medici e infermieri dei pronto soccorso e del servizio 118 sempre più frequentemente decidono di fare altro. E così si ampliano i varchi in organici già ridotti all’osso: «In Sardegna mancano fra il 30 e il 40 per cento di medici e infermieri nei servizi di emergenza urgenza, con punte che in alcune realtà arrivano al 50 per cento», dice Salvatore Manca. Un trend in linea con la situazione nazionale: «In Italia si stima che nel settore manchino 4mila medici e 10mila infermieri, su un fabbisogno che dovrebbe essere, rispettivamente, di 12mila e 25mila. Nell’isola è difficile avere una stima attendibile della dotazione organica dei pronto soccorso, ma di certo la situazione è ancora più grave centri più piccoli come Oristano e Nuoro e quelli ancora più piccoli perché il personale tende a stare dove ci sono centri universitari».

Non si tratta di una situazione nuova: «Era drammatica già prima del Covid - dice ancora Manca - ma poi la tendenza alla fuga si è accentuata per un sovraccarico di lavoro non riconosciuto. Il personale è a rischio burnout. Si lavora anche sette notti al mese, 3 week end su 4 trascorsi al lavoro, sempre con uno stress non indifferente. E così molti medici, anche strutturati e con esperienza, hanno optato per altre attività di medicina generale o di specialistica ambulatoriale».

C’è all’origine del problema anche un aspetto normativo: «Da tempo chiediamo che venga istituita la figura del medico unico dell'emergenza. Serve questa figura unica che spingerebbe di più i medici a scegliere questa specializzazione. Cosa che ora non accade. Su 1.187 posti di medicina d’urgenza quest’anno ne sono rimasti scoperti il 55 per cento. Nessuno vuole fare questo lavoro perché è gravoso, penalizzato dal punto di vista economico, che si espone a denunce e aggressioni. Deve essere considerata attività usurante e ci deve essere un riconoscimento che paghi la gravosità».

Durante e dopo la pandemia su queste pagine si è parlato dei benefici economici riconosciuti a molte categorie, ma non ai medici del 118: «È vero, non è stato riconosciuto alcun beneficio economico e questo ha contribuito a favorire la fuga - conferma Manca -. Tra l’altro i medici del 118 in Sardegna, a differenza di quanto accade in altre Regioni d’Italia, sono in regime di convenzione con contratto di medicina generale. Chiediamo che vengano inquadrati nel ruolo della dipendenza, come avviene, ad esempio, in Toscana e Emilia Romagna».

C’è poi il problema delle aggressioni, a cui medici e infermieri dell’emergenza urgenza sono sottoposti: «Quelle verbali sono all’ordine del giorno, mi creda. Però è difficile fare una casistica precisa. Vengono denunciati esclusivamente gli episodi di aggressione fisica con lesioni, ma c'è un sommerso di aggressioni verbali, intimidazioni che non vengono denunciati. Nel personale finisce per subentrare una sorta di rassegnazione, una giustificazione di chi protesta perché magari sottoposto a lunghe attese. E così si segnala l’episodio al caposervizio, ma tutto si ferma lì. Pur essendoci una legge che accentua le pene per chi aggredisce anche verbalmente chi sta svolgendo un servizio di quel tipo. Passato il periodo degli eroi, termine che non ci è mai piaciuto, si è tornati nella norma, siamo di nuovo le persone da aggredire in un sistema che sta facendo acqua da tutte le parti. Il personale lavora in condizioni pessime, con tempi d'attesa lunghi, posti letto insufficienti, nel ruolo di unico baluardo perché la sanità sul territorio non dà risposte».

E la soluzione dei pronto soccorso in affitto? «Semplicemente vergognosa. Non entro nel merito professionale, ma se ci vogliono 5 anni per la specializzazione non è giusto che in un servizio così delicato vengano impiegate persone senza quella specializzazione. Eppure molti professionisti tendono a andare in queste società di servizio perché vengono retribuiti meglio. E i concorsi vanno vacanti».

Come se ne esce? «Stiamo chiedendo di fare entrare nel pronto soccorso gli specializzandi anche del primo anno. E poi che il personale medico utilizzato nei servizi di pronto soccorso durante l’emergenza Covid continui e gli si dia accesso alle scuole di specializzazione. E poi che la retribuzione sia adeguata. Non siamo in un reparto qualsiasi dove di notte si sta tranquilli. Nei pronto soccorso visitiamo anche 40-50 persone a notte. Il numero chiuso? È un falso problema. Quello vero è la qualità del lavoro e la retribuzione adeguata alla gravosità dell’impegno».

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