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Politica, nuove Province in alto mare: irrisolto il nodo referendum

La Regione prova a mediare col Governo per evitare l’incognita della Consulta


01 dicembre 2021


CAGLIARI. La riforma delle Province è congelata da 233 giorni. Il Consiglio regionale l’ha approvata a metà aprile di quest’anno. Il Governo l’ha impugnata due mesi dopo e da allora la legge è scomparsa dai radar. Si sa solo che mercoledì 23 febbraio la Corte costituzionale discuterà il ricorso presentato da Palazzo Chigi e quindi non prima di quella data, quando saranno trascorsi altri tre mesi, potrà essere costituita la Città metropolitana di Sassari, essere allargata quella Cagliaritana e far rinascere le Province regionali del Nord-Est (Olbia-Tempio), dell’Ogliastra e del Sulcis-Iglesiente, oltre quelle storiche di Nuoro e Oristano. Non prima di febbraio, a meno che la trattativa in corso fra l’assessorato agli enti locali e il ministero per gli affari regionali non vada a buon fine. È possibile? Non è detto, ma qualcosa potrebbe muoversi prima che la riforma passi al setaccio della Corte costituzionale.

Il contendere. Tutto ruota intorno al referendum con cui i Comuni dovrebbero aderire – è questo il verbo usato – a una delle vecchie o nuove Province. Secondo il testo approvato dal Consiglio, non sarebbe necessario, perché è la stessa legge a definire i confini degli enti intermedi, Città metropolitane comprese. Semmai, stando sempre alla riforma, i Comuni hanno la possibilità di rifiutare l’appartenenza decisa a tavolino dalla Regione, optando per un’altra Provincia e per farlo dovrà essere necessario un referendum. Fin qui la legge, mentre per il Governo la procedura sarebbe dovuta essere l’esatto opposto: prima i referendum preventivi, con cui gli elettori dei vari Comuni sono chiamati ad «accettare la Provincia proposta» e solo dopo la «Regione avrebbe potuto disegnare la mappa degli enti locali in base alla volontà popolare espressa». E infatti, si legge in un altro passaggio del ricorso, «sarebbe stato violato quanto invece previsto dal suo stesso Statuto speciale in cui è previsto l’esito di un referendum preventivo, obbligatorio e vincolante prima del nuovo assetto geografico». Va comunque detto che mai prima d’ora il Governo aveva sollevato la questione dello Statuto, e infatti nessuna delle precedenti riforme, compresa quella approvata nel 2016 dal centrosinistra, è stata impugnata da Palazzo Chigi.

La soluzione. Per ora pare che non ci sia una via d’uscita per quanto riguarda la legge ancora in bilico da aprile. Nel senso che la riforma esiste, compresa la divisione dei Comuni Provincia per Provincia, e di conseguenza gran parte della stessa legge dovrebbe essere corretta e poi rivotata dalla stesso Consiglio nel caso in cui, a febbraio, la Corte dovesse decidere per l’incostituzionalità. Se fosse questo l’esito del conflitto, i tempi si allungherebbero ancora, con il rischio che il ritorno delle Province finirebbe per slittare almeno di un altro anno. Proprio per superare questo possibile muro, la Regione sarebbe alla ricerca di un compromesso con il ministero. Quale potrebbe essere? Che i referendum comunali previsti dallo Statuto da preventivi dovrebbero essere trasformati semmai in confermativi. Ma questa o altre soluzioni dovranno essere prese prima del 23 febbraio, oppure a decidere per tutti sarà la Corte costituzionale. (ua)

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