La Nuova Sardegna

Mario Segni: «Mio padre presidente? A dirmelo fu un barista»

di Alessandro Pirina
Antonio Segni con un giovane Mario Segni
Antonio Segni con un giovane Mario Segni

Il figlio dell’ex capo dello Stato ricorda: «Ero per strada: sentii l’ovazione dalla tv. La vita al Quirinale peggiorò il suo umore: appena poteva tornava a Sassari»

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SASSARI. La scoperta dalla tv che il padre era stato eletto presidente della Repubblica, la “delusione” di Pertini quando scoprì che anche lui l’aveva votato, l’ascesa al Colle di Scalfaro dopo la strage di Capaci. A un mese dall’elezione del nuovo capo dello Stato Mario Segni ripercorre da protagonista un pezzo importante di storia della Repubblica. Da figlio del quarto inquilino del Quirinale e da parlamentare di lungo corso. Un viaggio che inizia il 6 maggio 1962, quando Antonio Segni viene eletto capo dello Stato al nono scrutinio.

Segni, che ricordo ha di quella giornata?

«Ancora studiavo a Sassari, ma in quei giorni andai a Roma. Eravamo tutti lì in attesa. Eppure seppi dell’elezione di mio padre per strada. Ci furono due scrutini molto vicini l’uno all’altro e uscii per alleviare la tensione. Verso le 9 di sera passai davanti a un bar in cui c’era la tv accesa e sentii una ovazione. Capii che c’era il nuovo presidente. Ricordo che il barista che mi aveva visto qualche altra volta mi disse: “è stato eletto suo padre”».

Antonio Segni passa al nono scrutinio, ma è il candidato ufficiale della Dc, su proposta di Aldo Moro, fin dal primo: com’era il clima in famiglia?

«Furono giornate di grande emozione, tensione. Ricordo che Moro, allora segretario della Dc, stabilì un metodo secondo cui il nome del candidato al Quirinale sarebbe stato scelto con una votazione tra i parlamentari della Dc. Se avesse avuto la maggioranza assoluta avrebbe avuto il via libera, altrimenti si sarebbe ricorsi al ballottaggio. Segni raggiunse il numero necessario per la candidatura e Moro venne a comunicarglielo. Ma mai gli disse quanti voti aveva preso nello scrutinio segreto: bruciarono le schede. Mio padre rimase molto colpito da questa cosa».

Che tipo di presidente della Repubblica era suo padre?

«Visse la presidenza come tutta la sua attività politica: impegno e immedesimazione totali. Ma anche con una certa tensione derivata dal fatto che il presidente è al centro della attenzione, suscita ansie, timori e speranze in misura maggiore dei suoi poteri reali. Questo fatto fu per lui psicologicamente un grande problema. Lui era un uomo d’azione. Mi ricordo che Salvatore Satta - con cui erano grandi amici - gli scrisse una lettera: “sento in giro che gli italiani hanno molta fiducia in te”. Lui gli rispose - la lettera me la fece vedere Satta dopo la sua morte -: “questo è proprio quello che mi angoscia: un conto è quello che si aspettano un altro quello che posso fare”».

A differenza di Gronchi, suo padre si trasferì al Quirinale.

«Lo considerava una specie di dovere. Il presidente è un simbolo degli italiani e gli italiani devono sapere anche materialmente dove sta. Ma la vita al Quirinale era molto triste, oppressiva. Cerimoniali, nessuna privacy. Questo gli peggiorò fortemente l’umore e lui reagì accelerando al massimo i viaggi in Sardegna, che divennero una cosa fissa. Appena poteva, quasi ogni fine settimana, tornava a Sassari».

La presidenza Segni è stata la più breve di tutte: si dimise per questioni di salute. Era il periodo delle accuse sul “colpo di stato del 1964” che lei in un libro ha definito “la madre di tutte le fake news”: come viveste quel periodo in famiglia?

«L’ictus fu molto forte, per un mese mio padre rimase tra la vita e la morte. Poi ritornò in possesso di tutte le capacità intellettive, ma restò afasico, paralizzato nella parte destra. Come lo vivemmo? Come qualsiasi famiglia vive una simile esperienza. Un dolore umano che nulla aveva a che vedere con la politica».

Facciamo un salto avanti: lei nel 1976 diventa deputato e nel 1978 partecipa alle elezioni per il Capo dello stato. Sarà eletto Sandro Pertini al 16esimo scrutinio.

«Era un periodo difficilissimo. C’era stato l’episodio delle dimissioni - assolutamente ingiuste - di Giovanni Leone e soprattutto eravamo a ridosso dell’assassinio di Aldo Moro. Fu una elezione complicatissima che passò attraverso tentativi di tutti i generi. Io facevo parte di un gruppetto di giovani Dc che sosteneva Ugo La Malfa. Poi quando non riuscì anche io votai per Pertini, e con piacere. Lui era un grande amico di mio padre, per quanto molto diversi, e - proprio nel suo ricordo - aveva verso di me una affettuosa simpatia. Diceva: “bravo ragazzo Segni, galantuomo come il padre. Non mi ha votato e me lo dice sempre”. Un giorno però gli dissi: “presidente, so di darle una delusione ma io l’ho votata”. E lui quasi ci rimase male (sorride)».

Sette anni dopo strada spianata per Francesco Cossiga, eletto al primo scrutinio: ma fu davvero così facile trovare l’intesa sul futuro Picconatore?

«Fu una operazione politica di grande maestria e abilità politica di Ciriaco De Mita, ai tempi segretario della Dc al suo massimo fulgore. Fu un grande successo per lui e la Dc, che piazzò il suo uomo al primo colpo, a differenza delle elezioni di Segni e Leone che furono combattute».

Come viveste la metamorfosi di Cossiga?

«Noi sassaresi siamo stati quelli che ci siamo stupiti meno del cambiamento brusco perché lo conoscevamo più di altri. Cossiga univa una straordinaria intelligenza a una imprevedibilità di carattere. E noi conoscevamo già sia il Cossiga della prima fase che il Picconatore della seconda».

L’ultimo presidente eletto quando lei era parlamentare fu Oscar Luigi Scalfaro, all’indomani della strage di Capaci.

«Fu una elezione segnata dal dramma. Eravamo al 16esimo scrutinio e a un certo punto bisognava scegliere tra i due presidenti delle Camere. Istintivamente io avrei votato più per Giovanni Spadolini, ma prevalse Scalfaro che fu comunque un presidente di grandi capacità».

Qual è a suo avviso il più grande deluso che non è mai riuscito a salire al Quirinale?

«Dico i due a cui è stato il destino a impedirlo: prima Alcide De Gasperi, poi Aldo Moro».

Suo padre fu il primo a chiedere espressamente il divieto di rielezione: cinquant’anni dopo è stato presentato un nuovo disegno di legge costituzionale del Pd Luigi Zanda per abolirla. È sempre attuale?

«La richiesta di mio padre era contenuta in un messaggio alle Camere e fu rinnovata da Leone. Prevedeva anche l’abolizione del semestre bianco. Credo che dopo che il vecchio Parlamento si è trovato costretto a rinnovare il mandato di Giorgio Napolitano e dopo che Sergio Mattarella ha giustamente rifiutato la conferma - anche perché due bis di seguito sarebbero un cambiamento surrettizio della Costituzione - mi pare che le cose siano mature per prevedere l’abolizione della possibilità del secondo mandato. Mi auguro che il ddl di Zanda venga votato subito».

Draghi, Berlusconi, Cartabia, Pera, Gentiloni, Amato, Prodi, Casini, Finocchiaro: a un mese della corsa al Quirinale chi vede favorito?

«Onestamente non me la sento di fare previsioni. Ma poche volte ho assistito a una campagna presidenziale in cui l’interesse generale del Paese convergesse su un nome. Ovvero quello di Mario Draghi, anche alla luce del fatto che giustamente Mattarella non si ricandida. Oggi aumenta sempre di più il ruolo del capo dello Stato nella politica internazionale ed europea e nessuno come Draghi è capace di tenere così in alto il ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo».

Ma se Draghi va al Quirinale si rischia il voto anticipato?

«Capisco che ci sia questa paura, anche umana, delle elezioni anticipate. Una paura che si ritorce contro Draghi. Invece, sono convinto che il presidente con maggiori probabilità di evitare le urne sarebbe proprio Draghi. Il suo governo è difficile possa andare avanti dopo la corsa per il Quirinale, soprattutto se combattuta. Draghi presidente sarebbe l’unico con il prestigio necessario per evitare le elezioni. Se non lo votano commettono un grave errore».



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