Covid, il bollettino di guerra dei pubblici esercizi: «Senza aiuti è la fine»

Ristoratori e baristi fanno il bilancio di un anno orribile. Nel 2020 l’isola ha un saldo negativo di ben 412 aziende

CAGLIARI. Prima c’era il lockdown imposto. Ora c’è il lockdown autoimposto: per paura della variante omicron i clienti non frequentano più locali, bar e ristoranti come una volta. È l’ultimissima conseguenza dell’attacco del Covid all’economia e alla socialità emersa nel convegno “Quale è il futuro del turismo in Sardegna?”, primo congresso regionale della Fipe Confcommercio. «Siamo alla quarta ondata – spiega Alberto Melis, imprenditore e rappresentante direttivo Fipe – siamo aperti, con quello che questo comporta per i costi legati anche al personale, ma lavoriamo di meno. E questa volta non ci saranno gli aiuti che spettavano a chi era costretto a stare chiuso». Una testimonianza emblematica per capire le pesanti sfumature di una crisi che nel 2020 ha fatto registrare un saldo negativo ben 412 aziende nel settore dei pubblici esercizi.

Ristoranti, bar, mense catering, stabilimenti balneari, discoteche. Sono in tutto undicimila in Sardegna le attività del settore. Nell’isola un’economia dei pubblici esercizi che sfiora i 2 miliardi di euro e crea circa 22mila posti di lavoro. La Sardegna è la seconda regione d’Italia numero di pubblici esercizi in base alla densità della popolazione (7,03 ogni 1000 abitanti), prima c’è solo la Liguria. Il 50,5 per cento delle imprese sono a carattere individuale e il 25,3 per cento società di persone. «Bisogna crederci – ha detto il presidente nazionale di Fipe Roberto Calugi – veniamo da due anni con 56 miliardi di consumi persi e 45mila imprese chiuse. Ma siamo fiduciosi per la primavera e per l’estate. Ora si tratta di sopravvivere: servono cig, sostegni, incentivi per attività all’aperto, moratorie». In Sardegna, però, c’è un problema in più, ha sottolineato: i trasporti. «Sono stati due anni difficili – spiega il coordinatore regionale della Fipe Emanuele Frongia – ci troviamo ad affrontare un inizio 2022 che ci porta nel nuovo anno con un novembre e dicembre disastroso. A queste difficoltà si aggiungono i costi delle materie prime che aumentano almeno del 10 per cento e quelli delle utenze che toccano picchi del 60 per cento. Il 90 per cento di noi si è indebitato e quello che ci ha dato lo Stato rappresenta il 10 per cento delle nostre perdite». Molte aziende- spiega Frongia - non hanno ancora visto accreditarsi quanto previsto nel fondo Resisto e Destinazione Lavoro». Da qui la richiesta di investimenti anche sulla formazione. «Se c’è una cosa che più ci ha spaventato nel 2021 oltre che la pandemia è il disastro che abbiamo vissuto riguardo le risorse umane. È stato praticamente impossibile trovare figure professionali da inserire in azienda, tanto meno quelle meno esperte. Ben il 64% dei nostri collaboratori ha meno di 40 anni e siamo anche tra i più rosa perché ben il 50% sono figure femminili».

«Bisogna fare sistema – ha detto l’assessore Chessa nel suo intervento – e anche la Regione sta facendo la sua parte: 45 milioni per gli artigiani. E 30 milioni dalla Finanziaria: ma questo è solo un punto di partenza». L’assessora Zedda ha annunciato la proroga di Destinazione lavoro al 2022 e gli investimenti proprio su formazione con focus su innovazione tecnologia.

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