La Nuova Sardegna

I guardiani del mare

Lo studio del Dna di pesci e cetacei migliorerà la salute del Mediterraneo

di Claudio Inconis
Lo studio del Dna di pesci e cetacei  migliorerà la salute del Mediterraneo

L’associazione Triton al lavoro in Gallura: «Scopriamo le abitudini e le loro difficoltà»

20 ottobre 2022
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Olbia Esaminare in laboratorio il Dna delle specie per trovare gli indizi fondamentali e salvare il futuro dei nostri mari. Assomiglia in modo straordinario ad una puntata di “Csi - Scena del crimine”, invece è l’attività quotidiana dell’associazione Triton nelle acque galluresi, e non solo, col monitoraggio costante di temperatura e ecosistema marino per individuare le contromisure necessarie alla salvaguardia delle specie marine. Un progetto ambizioso e necessario, come evidenzia Raffaele Grandi, presidente dell’associazione Triton: «Il nostro impegno è facilitare la divulgazione delle competenze scientifiche e avvicinarle alle persone, a partire dai ragazzi perché loro sono il futuro di questo pianeta e devono essere i protagonisti di questa sensibilità culturale, ma è necessario che tutti si accorgano che il mare è fondamentale per la vita umana».

Per i prossimi quattro anni Triton seguirà il progetto europeo “Life conceptu maris”, come spiega il direttore scientifico Stefano Picchi: «Gli effetti negativi provocati dalle attività dell’uomo a danno degli animali marini, a cominciare da cetacei e tartarughe, sono sempre più evidenti ed è urgente conoscere meglio la distribuzione delle specie più diffuse per mettere a punto strategie di conservazione efficaci. Nel Mediterraneo vivono e si riproducono grandi cetacei come la balenottera comune e il capodoglio, animali che raggiungono i 20 metri di lunghezza e che, proprio come i delfini e le tartarughe marine, trascorrono gran parte della loro vita in mare aperto, in aree difficili da monitorare a causa della loro estensione».

Lo studio del Dna sarà fondamentale nel progetto: «Il rilevamento di microscopiche tracce di Dna disperse in acqua dagli animali (eDna) e l’impiego di sensori a scafo per raccogliere campioni che derivano dal materiale biologico, ad esempio squame, lembi di pelle, escrementi, uova, disperso dagli organismi - spiega Picchi -. Questo ci permetterà di costruire mappe delle caratteristiche ambientali che possano aiutare a definire meglio la distribuzione delle specie più diffuse di cetacei e di tartarughe marine nei nostri mari, valutare l’impatto dei fattori di rischio e identificare i siti più importanti per la conservazione delle specie più minacciate». Per riuscire nella missione, Triton ha stretto rapporti e collaborazioni con i più importanti enti italiani e internazionali, a partire dall’Area marina protetta (Amp) di Tavolara - Punta Coda Cavallo e l’Università di Sassari, col team di docenti esperti coinvolti attivamente nell’analisi dei dati raccolti e monitorati composto dallo zoologo marino Marco Casu e dai genetisti Daria Sanna e Fabio Scarpa. «Il nostro ruolo è fare in modo che i dati raccolti diventino indicazioni sulle condizioni di vita in mare, proponendo azioni concrete per rendere possibile il ripopolamento marino», spiegano.

I problemi sono noti: «Surriscaldamento climatico, plastiche, inquinamento, pesca selvaggia da parte dell’uomo. Grazie alla collaborazione tra istituzioni stiamo osservando luoghi in cui provare a far crescere di nuovo la popolazione delle specie più in sofferenza, ad esempio la “Pinna nobilis” e la “Patella Ferruginea”, usando i risultati delle analisi in laboratorio».

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