La Nuova Sardegna

Denatalità

Più pensionati che lavoratori: è un anticipo dell’inverno demografico

di Giuseppe Centore
Più pensionati che lavoratori: è un anticipo dell’inverno demografico

Al Sud il sorpasso è già avvenuto, come anche in Liguria, Umbria e Marche. Nei prossimi venti anni gli over 65 aumenteranno di 4 milioni di unità

16 gennaio 2023
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Cagliari Se c’è una scienza esatta regolarmente sottovalutata, questa è la demografia. Eppure si basa su dati certi, le nascite e le morti, e su proiezioni altamente precise, oltre che su una marea di dati. Eppure i demografi, quando parlano e spiegano cosa succederà tra venti, quaranta o sessanta anni in Italia, in Europa e nel mondo a noi prossimo (Africa in primo luogo) ricevono tutt’al più dai politici e dalle istituzioni nazionali e locali una alzata di spalle. Errore, perché “l’inverno demografico” di cui giustamente con preoccupazione parlano gli esperti, e cioè una riduzione della popolazione residente stretta nella morsa dell’invecchiamento e della denatalità, è dietro l’angolo.

Ne è convinto Giuliano Cazzola, ex sindacalista, già deputato del Pdl ed uno dei maggiori esperti di diritto del lavoro in Italia, oltre che riconosciuto polemista sulle tv. «Nell’arco di una generazione – dice – si è passati dal picco storico di 1,1 milioni di nati del 1964 ai 398mila del 2021 (un dato che in passato era la conseguenza di guerre o vere epidemie). Ovviamente questi processi non sono determinati da un crollo improvviso ma da una lunga emorragia che si aggrava anno dopo anno: quando le generazioni (al netto di altri fattori culturali, economici e sociali) si riducono di numero innestano una filiera che produrrà un ulteriore declino in quelle successive». L’intrecciarsi di denatalità, invecchiamento e aumento dell’attesa di vita produrrà un terremoto, come indicano le tabelle Istat. Ecco tre numeri: la popolazione al 2021 in Italia era di 59,2 milioni. Nel 2040 sarà di 56,3, ma nel 2060 arriverà a 50,9, mancheranno soprattutto persone in età da lavoro, neppure compensate dagli arrivi migratori.

Se questi sono gli scenari futuri ecco il presente che lo prepara. Già adesso ci sono più pensionati che lavoratori, soprattutto al sud. Lo conferma un report della Cgia di Mestre.

«Anche se di sole 205 mila unità, a livello nazionale il numero delle pensioni erogate agli italiani (pari a 22 milioni e 759 mila assegni) ha superato la platea costituita dai lavoratori autonomi e dai dipendenti occupati nelle fabbriche, negli uffici e nei negozi (22 milioni 554 mila addetti). La situazione più squilibrata si verifica nel Mezzogiorno. Se nel Centro-Nord, con le eccezioni di Liguria, Umbria e Marche i lavoratori attivi, anche se di poco, sono più numerosi delle pensioni erogate dall’Inps e dagli altri istituti previdenziali, nel Sud il sorpasso è già avvenuto: queste ultime superano i primi di un milione e 244 mila unità».

Sempre più anziani, significa che sarà sempre più difficile far quadrare i conti pubblici per l’aumento della spesa pensionistica, di quella farmaceutica e di quella legata alle attività di cura/assistenza alla persona. Gli over 65 dai 13,9 milioni del 2021 arriveranno ai 18 nel 2040) significa spese ridotte, forse maggior risparmio ma interi settori lavorativi dove mancherà personale, e dove i servizi saranno a rischio.

Gianluca Ansalone, manager del settore farmaceutico e nel passato con incarichi presso la Presidenza del Consiglio e il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, ha spiegato bene gli effetti del crollo della popolazione in un saggio scritto per la rivista del Sistema di Intelligence nazionale, Gnosis.

«Una contrazione permanente dei volumi di produzione e del PIL – scrive – i cui ritmi di crescita non potranno essere sostenuti a fronte di una diminuzione costante della popolazione totale e della forza lavoro disponibile; una maggiore stagnazione sociale e ad una minore propensione all’innovazione e alla flessibilità; società più vecchie sono naturalmente meno propense al cambiamento».

Il poco che si può fare andrebbe fatto immediatamente. Per Banca d’Italia, sempre più attenta a queste dinamiche, è indispensabile, in particolar modo, potenziare le politiche mirate alla crescita demografica (aiuti alle giovani mamme, alle famiglie, ai minori), allungare la vita lavorativa (almeno per le persone che svolgono un’attività impiegatizia o intellettuale), incrementare la partecipazione femminile nel mercato del lavoro e, infine, innalzare il livello di istruzione della forza lavoro che in Italia è tra i più bassi di tutta l’Unione Europea.

Per Salvatore Strozza, docente di Demografia all’Università di Napoli, «il ridotto numero di giovani porrà un problema serio di rinnovo delle competenze e sarà necessario introdurre strumenti (più) efficaci per la lotta alla dispersione scolastica, per garantire percorsi professionalizzanti, ridurre i Neet, innalzare i tassi di attività con particolare riferimento alla partecipazione femminile al mercato del lavoro. Sarà opportuno garantire servizi generalizzati per l’infanzia che consentano un accesso precoce alla socializzazione, contribuendo alla costruzione di percorsi formativi di successo per le nuove generazioni, e allo stesso tempo favoriscano per le donne la conciliazione tra il lavoro fuori casa e la cura dei figli, creando le basi per una potenziale ripresa della fecondità. Inoltre, alle giovani generazioni che entrano nel mercato del lavoro sarà necessario garantire condizioni competitive con quelle offerte dagli altri paesi avanzati. In una società che invecchia, e con essa invecchiano le sue competenze, sarà necessario un efficace aggiornamento continuo, anche in risposta alla velocità con la quale, da alcuni decenni a questa parte, si realizzano le innovazioni.

Basteranno questi interventi a invertire la tendenza? I demografi dicono di no, perché queste politiche avranno bisogno di decenni per produrre i loro effetti. E allora bisognerà fare piccoli passi per temperare gli effetti di un invecchiamento rapido della popolazione. È quello che Corea del sud e Giappone hanno provato a fare sin dagli anni Novanta, ma con poco successo.

Così come poco successo hanno avuto le politiche di contenimento delle nascite timidamente messe in campo dai paesi dall’Africa subsahariana. Se nulla cambiasse rispetto a oggi, la popolazione della sola Nigeria passerebbe dai 180 milioni di abitanti attuali ai 509 del 2050: una popolazione triplicata nel giro di 35 anni, con una età mediana di 17 anni. Un fenomeno solo in teoria lontano dalla nostra denatalità.

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