La Nuova Sardegna

L'allarme

Alle prime piogge ritorna lo spreco dell’acqua scaricata in mare

di Roberto Petretto
Alle prime piogge ritorna lo spreco dell’acqua scaricata in mare

Sul Temo e sul Tirso allagamenti a valle. Manca un sistema di interconnessione

22 gennaio 2023
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Sassari Accade sempre così: con l’arrivo di piogge un po’ più consistenti del normale, alcune dighe della Sardegna rilasciano una certa quantità di acqua a valle. È accaduto in almeno due occasioni nel giro di poche settimane per il Temo ed è accaduto nei giorni scorsi col Tirso. Il rilascio dell’acqua ha provocato un innalzamento del livello dei due fiumi a valle degli invasi. Danni a Bosa in occasione del primo rilascio mentre negli ultimi giorni il fiume si è ingrossato, ma non ha superato gli argini. Lungo il Tirso allagate le antiche terme romane di Fordongianus, numerosi campi e pascoli e chiuso il ponte sommergibile di Silì.

Tutto questo avviene con invasi che sono ben lontani dal livello massimo di riempimento. A fine dicembre solo le piccole dighe del Govossai e di Santa Lucia erano al limite della capienza. L’invaso più grande, quello creato dalla diga Eleonora sul Tirso, era pieno per il 78 per cento. Cosa costringe, dunque, le autorità che sovrintendono alla sicurezza del sistema degli invasi a scaricare l’acqua a mare? Si tratta del funzionamento dei cosiddetti sistemi di laminazione. La laminazione delle piene consiste nella riduzione della portata massima dei corsi d'acqua che si sviluppa durante le piogge intense. Il rilascio dell’acqua è regolato da norme di legge: quando si arriva a una certa portata è obbligatorio procedere al rilascio. Una situazione inevitabile, a detta degli esperti, e il fatto che molte dighe siano mezzo vuote o comunque ben al di sotto del loro limite non incide su queste manovre di sicurezza. Rimane però il problema di un potenziale in gran parte inespresso. Qualche anno fa il gruppo di intervento giuridico aveva effettuato uno studio sulla situazione degli invasi sardi. Da allora le cose non sono migliorate molto: l’isola ha 34 invasi di grandi/medie dimensioni la cui capacità massima complessiva dovrebbe essere di 2 miliardi e 280 milioni di metri cubi. In realtà le strutture sono autorizzare a trattenere 1 miliardo e 764 milioni di metri cubi. Molte strutture non sono collaudate per la capacità massima per la quale erano state progettate che quindi non viene mai raggiunte. Ma il sistema idrico sardo ha anche un’altra grande lacuna: mancano quasi totalmente le interconnessioni tra una diga e l’altra, cosa che impedisce di trasferire risorse da un invaso che ha sovrabbondanza di acqua a un altro che è più a secco.

Con dighe non al massimo delle loro potenzialità, senza un sistema di interconnessione, il destino è quello di continuare a vedere grandi quantità d’acqua finire in mare.

All’acqua sprecata dalle dighe bisogna aggiungere quella sprecata dai depuratori: ancora lo studio del Gruppo di intervento giuridico valutava nel 2018 in circa 350 milioni di metri cubi annui i reflui civili depurati scaricati direttamente in mare senza praticamente alcun riutilizzo. Più indefinita la situazione dei depuratori industriali sui quali non ci sono stime precise. Il solo depuratore Cacip produce circa 20 milioni di mc. all’anno di acqua depurata. Le piogge di questi giorni stanno facendo dimenticare la grande sete, ma il problema non è certo scomparso.
 

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