Primo maggio

Sassari, una dipendente Capri srl: «Da oggi sono senza lavoro. È come perdere una parte di te»

di Gianni Bazzoni
Sassari, una dipendente Capri srl: «Da oggi sono senza lavoro. È come perdere una parte di te»

Il racconto di una donna licenziata per il fallimento della ditta di Corte Santa Maria

01 maggio 2023
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Sassari «Perdere il lavoro dopo 32 anni, è come se all’improvviso taglino una parte di te. Provi un senso di amarezza che è impossibile descrivere perché in mezzo c’è incredulità, delusione, paura per il futuro. Ti fa male, è una mano d’acciaio che entra dentro e non ti fa respirare».

Lei è una mamma, fa parte dell’elenco dei 70 che da ieri hanno perso il lavoro a Corte Santa Maria per via del fallimento della Capri srl. E non ci sta a essere considerata un numero, anche se per una serie di valutazioni - che riguardano anche i familiari - decidiamo che per ora è meglio non presentarla con nome e cognome. Più avanti si vedrà.

Ieri S. è andata a lavoro, fino all’ultimo giorno, all’ultimo istante. «Sono fatta così, avevo preso l’impegno e ho voluto mantenerlo. Lì dentro c’è una buona parte della mia vita, ci sono stata per quasi 32 anni, ne avevo appena 18 quando ho cominciato. Ero una ragazzina che si affacciava al mondo del lavoro con tanto entusiasmo. Ora guardo al primo maggio per la prima volta come una giornata triste, la prima da disoccupata. Non ho realizzato bene quello che sta succedendo perché il distacco è difficile da accettare. Dalla certezza al nulla in pochi minuti».

Gli scaffali vuoti, i reparti chiusi. «Mi trovo a pensare, ancora non ho realizzato bene, chiudere la porta e voltarsi all’indietro per ripercorrere il lungo percorso che ho fatto in una azienda che è stata la mia seconda casa. Quando hanno cominciato avevano solo tre supermercati, poi sono cresciuti. Fino a poco tempo fa chi gestiva l’azienda ci ha detto che il nostro posto di lavoro non era in discussione. E ci abbiamo creduto, invece ci siamo ritrovati fuori».

Il ricordo del passato, di tanti anni passati a metterci la faccia, senza indietreggiare mai, è ricco di momenti di unione e di fratellanza tra i lavoratori. Gente che ha accettato anche di fare enormi sacrifici per venire incontro alle esigenze dell’azienda e andare verso periodi migliori. «È vero, abbiamo sofferto tanto. Ci siamo messi in discussione con dimostrazioni tangibili di generosità, noi veterani ci siamo impegnati a tenere unito il gruppo, abbiamo convinto i più scettici a non mollare. Io e pochi altri, lo zoccolo duro. C’è chi se n’è andato, ha fatto altre scelte giustamente. E chi invece è rimasto con quel filo di speranza maneggiato con cura per evitare che potesse spezzarsi. Abbiamo accettato tagli di stipendi, ore lavorate in più non pagate. Sempre con l’intento di contribuire a salvare l’azienda e il lavoro. Non possono dire che non siamo stati responsabili, fino all’ultimo secondo».

Oggi è primo maggio, una festa che non c’è più e che per tanti uomini e donne è il ricordo di una sconfitta.

«Senza lavoro suona male, ho scelto di restare fino alla fine, di tenere dritta la schiena e fiero lo sguardo. Sono preoccupata e anche tanto, ho il mutuo da pagare, impegni presi con responsabilità perché avevo un reddito garantito e un mestiere, una occupazione da decenni. Tutto svanito in un colpo solo: ho parlato con i figli, studiano e cercano qualcosa da fare. Li guardo in faccia ogni giorno, loro sanno quello che penso: il lavoro per me è dignità, indipendenza, è fondamentale. Un percorso a due vie: diritti e doveri. Non cambio idea perché oggi è capitato a me. Auguro buon primo maggio a tutti quelli che lottano per difendere il lavoro, a quelli che l’hanno appena perso o che rischiano la stessa sorte. A coloro che lo cercano. Nessuno perda mai la speranza».

La scala dei valori è chiara, e i segni sono ancora più evidenti quando sei costretta a ricordare a tutti che non si tratta di un calcolo matematico, che non si ha a che fare solo con numeri e statistiche ma che in quel tritacarne che annulla tutto, che cancella diritti e speranze, ci sono persone con le loro famiglie. Con i sogni e i progetti già realizzati e con gli altri rimasti ancora a metà.

«É una battaglia e bisogna combatterla, a 49 anni so che devo rimettermi in gioco. Voglio dire però a chi si occupa di politica a chi sta nelle istituzioni, che il lavoro deve tornare al primo posto. Senza finzioni, senza giri viziosi. Prima il lavoro, se volete lo urlo. Le altre cose valgono per carità ma senza lavoro non c’è dignità, viene meno anche la libertà. Non so se è chiaro o se si deve dire di più».

Non c’è bisogno di altre spiegazioni da una donna che il lavoro se l’è tenuto sempre stretto, lo ha difeso, non ha mai banalizzato niente, neppure quando le vertenze hanno cominciato a incrinare certezze granitiche.

«Dal primo maggio sono in ferie. Durante la fase gestita dal curatore fallimentare ho maturato dieci giorni ma in azienda ne lascio ben 90, e questo lascia intuire quanto alto fosse il senso di responsabilità, ma anche il livello di sofferenza e di sacrificio che abbiamo sopportato». Sabato è arrivata la lettera dal curatore fallimentare, ancora non c’è la data ufficiale del licenziamento, ma avverrà a conclusione del godimento dei 10 giorni di ferie.

«Cosa faccio adesso? Non lo so. Ma non mi arrendo, provo a cercare, anche se so che non sarà facile. Ho grande esperienza e una professionalità maturata nel corso di tanti anni. Mi offriranno contrattini, retribuzioni non adeguate, dovrò rifiutare offerte che cancellano la dignità. Ma voglio lottare».

Ieri gli abbracci con i colleghi, le lacrime, le raccomandazioni. Frasi dette per farsi coraggio a vicenda. Oggi primo maggio, festa del lavoro che non c’è. In un territorio dove cresce il deserto.

«Nessuno si senta solo, anche se sarà dura».

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