La Nuova Sardegna

Parola alla scienza

Dieta e tre risate al giorno: «Il buonumore sarà terapia»

di Luigi Soriga
Dieta e tre risate al giorno: «Il buonumore sarà terapia»

Il neurologo: «Si liberano endorfine e dopamina, e si sta bene»

04 maggio 2023
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Sassari Verrà il giorno in cui il medico dirà: prenda queste tre pastiglie, segua la dieta, faccia un’ora di attività fisica, e poi, cosa importantissima, tre belle risate, una la mattina, una nel pomeriggio e poi una prima di andare a dormire. Quest’ultima, possibilmente, a crepapelle.

Per ora si sa solo che ridere fa bene, ma purtroppo la scienza e la medicina si concentrano più sugli aspetti patologici piuttosto che sugli effetti benefici che derivano da un sano scompisciarsi.

Il professor Paolo Solla, direttore della Clinica di Neurologia dell’Aou di Sassari, è assolutamente convinto delle proprietà terapiche del buonumore. C’è molto dietro a una risata.

«Se la vogliamo vedere da un punto di vista medico e scientifico, sappiamo che si attivano diverse zone del cervello. Una in particolare è quella del sistema limbico, deputato a governare le nostre emozioni. Il nucleus accumbens, un’area molto sofisticata e interessante della nostra mente, ha la funzione di liberare dei neurotrasmettitori come la dopamina. È qui che si genera una sensazione di piacere, è qui che proviamo ad esempio gratificazioni e senso di ottimismo. La risata va a stimolare anche questa zona, e ogni volta che lo fa si accende una sorta di ricompensa donata sotto forma di dopamina, una sostanza che crea benessere psicofisico».

È per questo che ridere ci fa sentire meglio?

«Viene coinvolta anche l’amigdala, che è una sorta di centralina delle emozioni. Si liberano le endorfine, che interagiscono col cortisolo, una sostanza che ci fa reagire allo stress, che agisce anche come antinfiammatorio. Insomma si innesca un’azione positiva sul metabolismo del cortisolo, che ci dà una sensazione di benessere».

Si può somministrare la risata come terapia?

«Se intendiamo come cura specifica, con dosaggio e tempi di somministrazione, naturalmente la risposta è no. Sappiamo molto del riso patologico spastico, cioè delle persone che ridono in situazioni non appropriate. Sappiamo delle disfunzioni del Parkinson, che porta a una anedonia, cioè a ridere di meno e a non apprezzare le cose divertenti. Abbiamo studiato a fondo le patologie, la scienza si concentra su questo versante, ma non sugli effetti positivi della risata. E poi non c’è cosa più soggettiva del buonumore, che cambia da persona a persona. Non possiamo parlare solo di un fenomeno neurochimico, entrano in gioco troppi fattori, non misurabili. Insomma la risata non è una questione di quanto, è più una questione di qualità».

Chi ride di più, sta meglio di una persona musona?

«Tendenzialmente direi di sì. A volte, in maniera totalmente inconscia, pratichiamo una sorta di autoterapia della risata. Cerchiamo situazioni divertenti, proviamo a circondarsi di amici che ci fanno ridere, e così facendo ci autosomministriamo tutte quelle sostanze, come dopamina ed endorfine, che ci fanno star bene».

Anche il solletico, in casi estremi, può essere consigliato?

«Io non lo prescriverei. Può far ridere, ma può diventare anche fastidioso. Ritorniamo al discorso della soggettività. La risata di qualità deve essere preferibilmente spontanea, scatenata da diversi input che possono essere visivi, linguistici, acustici e via dicendo. Quando ridiamo di cuore, uno degli effetti immediati è la riduzione dello stress, e tutti sappiamo quanto la nostra vita è sottoposta a situazioni stressanti e quanto queste incidano sul nostro corpo. Ridere fa bene al sistema cardiaco, a quello cardiocircolatorio, e investe positivamente anche le nostre interazioni sociali. È un fenomeno davvero a largo spettro, che meriterebbe maggiore approfondimento e attenzione».

La clownterapia, il buon umore nelle corsie degli ospedali, una risata per un bimbo malato, può essere terapeutico?

«Credo che un paziente allegro reagisca meglio di uno depresso. Perciò ben vengano attività di questo tipo».

Stesso discorso per lo yoga della risata, o per i gruppi della risata?

«Si sa della loro efficacia, il problema è stabilire il quanto. Non c’è sufficiente sperimentazione per avere dei riscontri scientifici».

A lei c’è qualcosa in particolare che la diverte e la fa ridere di gusto?

«Ci sono tante situazioni che mi fanno ridere, ma se ne devo raccontare una in particolare, sceglierei questa: mi piace molto vedere le altre persone che ridono, e mi faccio contagiare volentieri dalla loro allegria. Mi fa ridere un paziente che finalmente sta meglio e ha riacquistato anche il buonumore. La sua risata, per me, diventa immediatamente contagiosa».

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