Movida e richieste di risarcimento, una mannaia sulla testa dei sindaci
Il recente pronunciamento della Cassazione apre le porte a scenari insidiosi. Nizzi (Olbia): «Le responsabilità dei singoli non possono ricadere sui comuni»
Sassari Tu ti diverti, e il comune paga. Tu disturbi il riposo di un cittadino o ne infrangi il diritto alla salute, e il sindaco rischia di passare guai. Può avere conseguenze imprevedibili per le amministrazioni comunali la sentenza emessa nei giorni scorsi dalla Corte di Cassazione a proposito delle conseguenze della “movida”: sotto ai piedi dei sindaci e degli uffici comunali rischia di aprirsi un baratro fatto di esposti, denunce e soprattutto richieste di risarcimento.
Il caso partito da una coppia che risiede nel centro storico di Brescia, passato per una sentenza di primo grado e un appello, è finito con un pronunciamento della Cassazione che dice più o meno così: se i rumori dovuti alla movida sono eccessivamente forti ed invadenti, e dunque potenzialmente nocivi per la salute di chi abita nelle vicinanze, e se dunque non viene garantito il rispetto alle norme di quiete pubblica, il Comune ha il dovere di pagare i danni.
Settimo Nizzi, sindaco di Olbia, quando ha letto la sentenza ha rischiato di cadere dalla poltrona. «Mi sembra una follia e soprattutto si tratta di una sentenza che potrebbe avere conseguenze drammatiche per le amministrazioni comunali. Se dobbiamo chiudere le città e fare un altro Covid lo dicano chiaramente – dice il primo cittadino della città costiera gallurese –. Come amministratori siamo rispettosi delle normative, e continueremo a fare ciò che dice la legge. Ma una cosa deve continuare a essere chiara: va punito chi non rispetta le regole, non le amministrazioni comunali».
Le quali, tra l’altro, soprattutto durante le calde e popolatissime serate estive, devono fare da cuscinetto tra chi ha un’attività da mandare avanti e lavora soprattutto in orario notturno, e chi ha esigenze diverse e magari la mattina successiva ha la sveglia all’alba per andare a fare un tipo di lavoro completamente differente.
«Sono entrambi diritti sacrosanti – conferma Nizzi – ma non possiamo chiudere le città, e soprattutto come sindaco non posso essere chiamato a rispondere di cose che fanno i cittadini. Noi abbiamo già il nostro regolamento comunale, facciamo regolarmente i controlli fonometrici per verificare che sia tutto in regola. Tra l’altro sono controlli che vengono fatti da esperti. Chiaramente interveniamo là dove riteniamo che ci sia la violazione di una norma. Ma oltre questo non possiamo andare. È una cosa da pazzi: è folle mettere in capo al comune il comportamento dei singoli. Non siamo sceriffi. Tra l’altro noi, come altri comuni, siamo centri turistici che si animano d’estate e che propongono eventi. C’è tutto un mondo che gira dietro la movida. Ripeto, le regole vanno rispettate e fatte rispettare, ci sono anche i mezzi per farlo. Ma in questo modo è sufficiente produrre un certificato, o dimostrare di avere una patologia, magari pregressa o esacerbata, per mandare letteralmente a gambe per aria un comune. Ci sarà la gara a presentare richieste di risarcimento. Non esiste».
Cosa si potrebbe fare per evitare un simile rischio? «Spero soltanto che il governo e soprattutto il parlamento pongano rimedio immediatamente a questa situazione. Il parlamento deve prendere una posizione chiara e legiferare per colmare il vuoto normativo esistente. E poi – conclude Settimo Nizzi – mi auguro anche che arrivi presto un’altra sentenza in grado di aggiustare un po’ il tiro. Alle condizioni attuali c’è veramente da essere preoccupati».
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