La Nuova Sardegna

Contro il regime

A un anno dalla morte di Mahsa Amini, in Iran continua la lotta per la libertà

di Virginia Pishbin *
A un anno dalla morte di Mahsa Amini, in Iran continua la lotta per la libertà

I dati aggiornati sulle proteste e la necessità di fare conoscere al mondo quello che succede nel paese

15 settembre 2023
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Mahsa Amini era una giovanissima iraniana di 22 anni,  originaria del Kurdistan iraniano, Sanandaj la città dove viveva con i genitori. Si trovava a Teheran in visita al fratello quando il 14 settembre del 2022 è stata arrestata per via del suo capo “mal velato” reato secondo la legge dei mullah in Iran, punibile con svariati anni di carcere e punizioni corporali. Il 16 settembre muore mentre era in custodia della polizia morale, organo controllore deputato al fermo e arresto di coloro che contravvengono alle regole e dettami del regime. Ecco il punto di non ritorno, per quello che è un omicidio di Stato, la ragazza è morta per via di una emorragia cerebrale dovuta alle percosse nonostante il regime abbia cercato di coprire e mascherare le cause di morte. “Morte al Dittatore”, “Morte a Khamenei”,“ ucciderò chiunque abbia ucciso mia sorella”, “Khamenei è un assassino, il suo governo è illeggitimo”,  “ combatteremo, moriremo , ma ci riprendermo l’Iran”, “ professore , studente uniti, lo studente imprigionato deve essere liberato”, “ Morte al tiranno, che si tratti dello scià o della guida Suprema” questi slogan hanno riecheggiato ancora una volta per le vie di tutto l’Iran in rivolta.

I dati aggiornati sull’ultima ondata di proteste del 2022: oltre 30000 arresti in 300 città in sommossa sparse tra tutte le 31 province dell’Iran che si sono rivoltate, 750 morti tra i manifestanti di cui 687 identificati grazie all’instancabile lavoro all’interno del paese di una rete, sono stati resi pubblici, infatti, dall’organizzazione dei Mojaheddin del popolo iraniano (MEK). Contrariamente a quanto dicevano alcuni, le proteste dell'anno scorso erano organizzate e avevano una leadership, le cosiddette Unità di Resistenza, gruppi di persone affiliate al MEK , il maggiore partito in seno al Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, sono persone comuni, studenti, lavoratori integrati nella società che dal 2014 operano all’interno del paese organizzando manifestazioni e atti rivoluzionari, quali incendi dei centri di repressione, dei simboli e delle gigantografie della propaganda, hanno innescato e diffuso lo spirito di resistenza e la capacità di opporsi al regime e alle sue forze repressive tra le giovani generazioni.

Nonostante la dura repressione e gli arresti diffusi, il regime non è stato in grado di annientare questi nuclei di rivoluzionari, al contrario la tendenza alla loro formazione è aumentata in tutto il paese. Ad esempio, durante il raduno annuale della principale opposizione in Iran, il Consiglio Nazionale Della Resistenza (CNRI) a Parigi lo scorso luglio 2023, sono stati inviati 10.000 messaggi video per esprimere la loro solidarietà e il sostegno alla signora Maryam Rajavi, presidentessa del CNRI, e la loro dedizione a continuare la lotta fino al raggiungimento della libertà e della democrazia. 

Questi nuclei di rivolta sono attivamente presenti, e nell’ultima ondata di proteste del 2022/2023 hanno determinato l’aspetto organizzato delle rivolte su larga scala. Negli ultimi anni centinaia di membri delle Unità di Resistenza e migliaia di altre persone sono state arrestate a causa dei loro legami con esse. Alcuni sono stati sottoposti alle forme più severe di tortura, mentre altri sono stati condannati a pene detentive e all’esecuzione capitale, un esempio recente è la campagna internazionale che si sta portando avanti per salvare la vita a Mohammad Javad Vafa'i Thani, un prigioniero politico simpatizzante dell'Organizzazione dei Mojahedin del Popolo dell'Iran (PMOI/MEK), il 19 luglio 2023 è stato condannato a morte nella Repubblica Islamica in via definitiva. 27 anni, campione di pugilato del club di Mashad, era stato arrestato nel marzo 2019 e torturato a lungo.  La condanna capitale è stata emessa da un giudice nel carcere di Vakil Abad a Mashhad, capitale della Regione nord-orientale di Razavi Khorasan.

Condannato con l'accusa fasulla di "corruzione sulla Terra", e di aver ingaggiato “guerra contro Dio” Vafa'i Thani è stato portato in un luogo sconosciuto dopo essere stato informato della sua condanna a morte, sempre il 19 luglio.

La Resistenza iraniana chiede alle Nazioni Unite, all'Unione Europea, agli Stati membri e a tutte le organizzazioni e agli organismi per i diritti umani di intervenire con urgenza per salvare la vita di questo prigioniero politico ed evitare la sua esecuzione dopo aver scontato una pena detentiva di quattro anni sotto tortura.

La morte in carcere, in circostanze sospette, di un altro prigioniero politico Javad Ruhi, risale solo a pochi giorni fa, detenuto nel carcere di Nowshahr, condannato all’esecuzione, arrestato nel novembre del 2022, con l’accusa di “ diffusione della corruzione sulla terra” e “guerra a Dio” ancora una volta, queste condanne per reati fasulli e anacronistici, la magistratura del regime aveva annunciato che “Javad Ruhi ha guidato un gruppo di agitatori e di individui presenti ai raduni, incitando e incoraggiando i cittadini ad impegnarsi nei disordini”. 

Dall’inizio del 2023 siamo già a quota 500 esecuzioni capitali, soprattutto tra giovanissimi, e i numeri dovrebbero essere ancora più alti visto che il regime tende a spostare molti detenuti in luoghi segreti in cui si perdono le tracce e a giustiziarli clandestinamente per cui il numero effettivo di esecuzioni è molto più elevato, solo nelle ultime 4 settimane sono state eseguite 56 esecuzioni capitali. Mentre si avvicina l'anniversario della rivolta nazionale, il regime disumano dei mullah continua a giustiziare i prigionieri senza tregua in risposta alla rabbia esplosiva della popolazione. Dal Baluchistan al Kurdistan, dal nord al sud centinaia di connazionali sono stati uccisi e feriti a causa degli spari delle forze repressive, gli assassini godono di una totale impunità e nessuno di loro è ritenuto responsabile.

A questo punto si trattava solo di Hijab? No, quest’ultima ondata di proteste segnano un punto di non ritorno, nulla tornerà come prima. La misoginia legalizzata è sicuramente una parte peculiare della repubblica islamica che nelle donne, forza del cambiamento, vede uno dei nemici principali, c'è però la tendenza a cercare di minimizzare le ragioni dietro le proteste degli ultimi anni, riportando solo al “dress code” ossia all’obbligo di indossare l’hijab (il velo) la repressione dell’intera società iraniana. Questo è la politica del regime stesso e dei suoi lobbisti, poiché vogliono coprire il fatto che il regime non abbia legittimità e anche se le manifestazioni sono state scatenate dalla morte di Mahsa, le richieste del popolo iraniano sono volte al totale rovesciamento del regime in toto e questo era chiaro. 

Quindi è stato vano il tentativo di minimizzare la rivoluzione presentandola come un movimento per combattere il codice di abbigliamento del regime, ma riguarda la libertà e la democrazia, il cambio di regime e l'eliminazione di una dittatura. La stretta ulteriore che c’è stata in questi ultimi mesi prima dell’anniversario della morte di Mahsa sono un chiaro segno della debolezza del regime: ondate di arresti tra i parenti dei prigionieri politici, e tra ex prigionieri politici parenti di esponenti della resistenza; nelle università espulsioni di professori sostituiti da membri delle forze paramilitari dei Bassij e minacce e ricatti agli studenti universitari;  inasprite le leggi sul velo e sulla castità, con pene più severe per le minorenni, tanto che per le strade di Teheran sono stati sguinzagliati altri 400 nuovi “guardiani del velo” per terrorizzare le donne e cercare di spingerle nelle case.

Lo stesso Amanollah Gharaii Moghadam, sociologo riconosciuto dal regime, ha osservato lo stato esplosivo in cui versa la società iraniana e ha avvertito che il disegno di legge fallirà e porterà a nuovi sconvolgimenti. Moghadam ha dichiarato, il 14 agosto scorso, sull’organo di stampa statale Faraz Daily:  “Oggi il livello di insoddisfazione tra la gente è elevato. Oltre all’alto costo della vita, la società ha subito anche notevoli cambiamenti intellettuali. Questa società non tornerà mai ai giorni precedenti la scomparsa di Mahsa Amini”.

Cosa ti aspetti dal popolo italiano? Cosa possiamo fare qui in Italia per aiutare? Capisco che la situazione in Iran può apparire lontana, ma partire riconoscendo il diritto del popolo iraniano a resistere al fascismo religioso al potere è già un inizio. Anche perché in virtù del fenomeno di globalizzazione, i venti che spirano dall’altra parte del mondo possono avvolgere i nostri stessi territori

La Resistenza iraniana invita ancora una volta le Nazioni Unite, l’Unione Europea, gli Stati membri e le organizzazioni per i diritti umani ad agire immediatamente per fermare la macchina dell’oppressione, delle esecuzioni e dei massacri e per salvare le vite dei prigionieri che rischiano l’esecuzione. La brutale e sistematica violazione dei diritti umani in Iran deve essere deferita al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e i suoi leader, in particolare Khamenei, Raisi, Eje’i e i comandanti delle Guardie Rivoluzionarie, devono essere consegnati alla giustizia per quattro decenni di crimini contro l'umanità. La designazione del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) come organizzazione terroristica, il riconoscimento del diritto del popolo iraniano a difendersi dall’IRGC, il riconoscimento del diritto di rovesciare il regime clericale dittatoriale e di istituire una Repubblica democratica. Sono dirimenti risoluzioni delle Nazioni Unite che deferiscano le violazioni dei diritti umani in Iran al Consiglio di Sicurezza, che ritengano i leader del regime responsabili di decenni di genocidio e crimini contro l'umanità, che impongano sanzioni globali, in particolare sulle transazioni petrolifere e bancarie, il regime deve essere considerato come una minaccia alla pace globale e alla sicurezza.

E per le coraggiose Unità di Resistenza e per i giovani ribelli, è dirimente riconoscerne il diritto di difendersi di fronte alle repressioni più brutali, il fuoco aperto sui manifestanti, l'accecamento di centinaia di persone con rose di proiettili puntati agli occhi, gli avvelenamenti di oltre 5000 studentesse, ree di aver partecipato alle proteste, i sistematici arresti di ex prigionieri politici rei di essere affiliati al PMOI , Mojahedin del popolo iraniano, o semplicemente solo parenti di altri esponenti della resistenza.

Tutti dovrebbero sapere ciò che succede in Iran. Da molti anni ormai sono personalmente coinvolta nella lotta per dar voce all’epopea del popolo iraniano e della sua strenua resistenza. Sono figlia di un esule iraniano, Abbas Pishbin che dal lontano 1981 non tornò più in patria. Quello che ho vissuto, seguendo dapprima mio padre e poi continuando con mia madre a sostenere il Consiglio Nazionale della Resistenza iraniana, mi ha portato ora più che mai, ad impegnarmi nell’instancabile necessità di rendere pubblico ciò che si vuole a tutti i costi omettere: il regime iraniano e l’odiosa politica di accondiscendenza dei governi occidentali stanno tenendo in prigionia 80 milioni di persone in Iran. L’inaspettato interesse che hanno suscitato le ultime ondate di rivolte del 16 settembre del 2022 nell’opinione pubblica mondiale, ha prodotto in me dapprima un vero e proprio stupore sul come mai, finalmente, il mondo si fosse accorto del male perpetrato ai danni degli iraniani, poi mi ha reso ancora più decisa a far da eco alle urla dei migliaia di giovani, tra i quali tantissimi minorenni, donne e uomini, che riversandosi per le strade del paese stanno rischiando le loro vite e in molti purtroppo le hanno perse. 

I “rivoluzionari dell’ultima ora” si sono riuniti sotto la bandiera di una falsa lotta, ma si sono già eclissati, conoscendo la loro natura opportunista non mi ha stupito il loro tentativo di diventare una “porta antipanico” per il regime ormai moribondo che ha necessità di salvare il salvabile, ma desta in me ancora più sdegno come queste tattiche siano un debole ma vile tentativo di far rientrare dalla finestra coloro che il popolo intero vuole cacciare dal portone, perché ormai riconosce sia l’ala conservatrice che moderata parte di un solo entourage della repubblica islamica, infatti il cosiddetto “volto moderato della teocrazia” sguinzaglia per il mondo i suoi agenti che usano la stessa becera propaganda nella quale, coloro che hanno deciso di dichiarare senza se e senza ma guerra al regime, sono i “terroristi”, come se per Mussolini così non fossero i partigiani. Ecco dunque la prima ragione che mi porta a ricercare in ogni modo ogni spiraglio per poter parlare dell’Iran: difendere l’immane sacrificio di tutti gli iraniani da chi cerca di “rubare” o “dirottare” la rivoluzione.

* Virginia Pishbin è la presidente dell’associazione Giovani Iraniani residenti in Italia

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