La Nuova Sardegna

L'allarme

I soldi ci sono ma non arrivano: le comunità teraupetiche sarde sono al collasso

di Roberto Petretto
La comunità Emmaus di Iglesias
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La comunità Emmaus di Iglesias

Ai centri per le tossicodipendenze fondi sulla base dei parametri del 2012

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Sassari «È un problema di giustizia sociale: sarebbe come non finanziare un ospedale, come non finanziare una scuola»: c’è un tono evidente di amarezza nelle parole di don Angelo Pittau. Insieme a un manipolo di persone, in Sardegna è in prima linea, quella vera, nella lotta alla droga. Trincee dimenticate, non più sotto la luce dei riflettori. Con eserciti mandati a combattere senza munizioni. Gli otto enti che in Sardegna gestiscono le comunità di recupero sono allo stremo: dalla Regione arrivano dei rimborsi, ma gli importi sono fermi al 2012. Praticamente era un altro mondo: ora i centri non sono più in grado di andare avanti: «È un problema che si sta trascinando da tempo. La situazione è drammatica - dice Giovanna Grillo, coordinatrice del Ceas che riunisce le comunità terapeutiche della Sardegna -. Purtroppo non si rendono conto del fatto che, in questa situazione, anche un mese di ritardo può fare la differenza. Molte attività rischiano di chiudere e questo avrebbe un impatto su tutto».

Le comunità sono al tracollo: «La situazione è tragica - dice ancora don Pittau -, tutto è aumentato, la manodopera, la gestione delle case, l’energia, il cibo. Non ce la facciamo più. La nostra associazione gestisce tre comunità con 22 dipendenti: se ci danno quello che ci davano nel 2012 non ce la facciamo».

Una situazione paradossale: il soldi per adeguare gli aiuti ci sono: «In realtà la Regione, anche se l’assessorato alla Sanità si era dimostrato sordo alle nostre richieste - dice ancora Giovanna Grillo -, aveva risposto dopo una serie di sollecitazioni. Nella legge Omnibus era stato inserito un emendamento da 14 milioni per l’adeguamento tariffario per dipendenze patologiche, Rsa e riabilitazione territoriale».

Poi cosa è successo? «Immediatamente dopo la pubblicazione della legge Omnibus abbiamo chiesto all’assessorato di indicare quale parte dei 14 milioni sarebbe andata all’adeguamento tariffario per i centri che si occupano di dipendenze. Non abbiamo mai ricevuto risposte. Nel frattempo tre strutture hanno chiuso».

Ecco scattare nuovamente la mobilitazione: «Abbiamo sollecitato nuovamente i consiglieri regionali, di maggioranza e opposizione, che sono stati molto sensibili perché il tema è sentito. Nel collegato alla finanziaria è stato approvato un emendamento che stabiliva che le nostre strutture avevano diritto immediato con valore retroattivo al 50% in più di adeguamento tariffario. Di questi il 27% solo per adeguamento di costi del personale».

Dopo questo, la situazione si è nuovamente bloccata: cosa è accaduto? «In teoria l’emendamento imponeva all’Ares di provvedere all’adeguamento tariffario - racconta la coordinatrice del Ceas -. Di nuovo abbiamo sollecitato l’Azienda regionale per tre volte, ma alle nostre Pec non abbiamo mai ricevuto risposte. In maniera informale ci è stato detto che l’Ares attende indicazioni dall’assessorato. E, sempre in maniera informale, dall’assessorato ci è stato detto che non sanno nulla perché l’assessore non c’è».

La situazione, quindi, è ancora bloccata: «Se non fatturiamo entro dicembre perdiamo le risorse e tutto il lavoro andrebbe perduto. A quel punto non sapremmo come fare».

«Gli amministratori regionali - dice ancora don Angelo Pittau - dovrebbero capire che noi facciamo un servizio agli ultimi degli ultimi. Lo facciamo con amore e con senso civile, ma i conti devono tornare. Gli operatori devono vivere sereni. Oggi per curare serve anche l’economia e la Regione deve ascoltarci. Purtroppo non si parla più di tossicodipendenza, siamo gli unici che tentano di salvare qualche ragazzo, lo facciamo con amore e con capacità, chiediamo solo un po’ di giustizia. Prima c’era più attenzione, oggi non c’è sensibilità dell’opinione pubblica, stiamo facendo una lotta da soli».
 

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