La Nuova Sardegna

Una città e le sue storie
Una città e le sue storie – Sassari

Giuseppe Cossiga: «Mio padre picconatore esempio di sassaresità»

di Giovanni Bua
Giuseppe Cossiga: «Mio padre picconatore esempio di sassaresità»

«La “cionfra” da noi era di casa»

15 dicembre 2023
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Mio padre picconatore? Per noi non fu una sorpresa. Anzi. Semplicemente fece conoscere a tutta Italia un tratto distintivo della sua gente. Molti politici isolani avevano messo in luce le indiscutibili qualità dei sardi, la lealtà, l’orgoglio, la modestia e la tenacia, il puntiglio e anche una certa permalosità. Mio padre fu il primo a far vedere agli italiani come sono fatti i sassaresi. E quanto l’ironia tagliente e irriverente sia per loro il pane quotidiano».

Sorride ancora divertito Giuseppe Cossiga mentre sfoglia l’album dei ricordi di famiglia. E racconta di quel papà che ha attraversato da protagonista decenni della storia italiana. «Ci siamo trasferiti a Roma nel 1968 – racconta – quando mio padre è stato nominato sottosegretario alla Difesa. Io andavo all’asilo, mia sorella alle elementari. Siamo quindi cresciuti lì, ma con un concetto sempre ben chiaro in testa: c’eravamo noi, sardi, sassaresi. E loro, i romani. E varcata la porta di casa io sono sempre entrato in una dimensione magica, di parlata, cibo, amici, racconti, dentro cui le nostre origini erano talmente presenti che io mi sento totalmente sardo e sassarese pur avendo vissuto praticamente tutta la mia vita fuori dall’Isola».

Una sardità viscerale quanto sfaccettata, come quella delle tante regioni in cui la storia ha diviso l’isola, ciascuna con la sua lingua e le sue tradizioni, i suoi paesi, le sue campagne, le sue città. «Mia madre è goceanina – spiega Giuseppe –, i Cossiga sono originari di Siligo. I sassaresi sono i Zanfarino, la famiglia di mia nonna. E a casa nostra tutto questo è sempre convissuto. Ma alla fine mio padre si è sempre considerato sì sardo ma sassarese fino al midollo. Con la naturale tendenza alla battuta per la quale, se è bella, si può mettere in gioco anche un’amicizia, al disincanto un po’ cinico, allo scherzo anche pesante, alla cionfra insomma».

La stessa sassareseria che ha convinto Cossiga a evitare accuratamente di visitare la sua città da presidente eletto. «Sapeva bene – spiega il figlio – che i suoi amici avrebbero pensato che si era montato la testa. Non si candidò nemmeno al collegio senatoriale a Sassari, non voleva dare ai suoi amati concittadini il piacere di votargli contro». Per il resto però ogni occasione era buona per tornare a casa: «Venivamo spessissimo – continua Giuseppe – e la nostra casa di Sassari è rimasta aperta fino al 1993. E per aperta intendo che era utilizzabile in ogni momento».

Tornando alle “picconate” a casa erano di regola, soprattutto intorno alla tavola. «Che – racconta Cossiga – era anch’essa sempre imbandita come se avessimo fatto la spesa al mercato di viale Umberto. A Natale c’erano sempre agnello e ravioli, non mancava mai un orcio di pane carasau o le olive confettate. A carnevale la favata era di rigore. Ed ero l’unico dei miei compagnetti che, con un certo orgoglio, mangiava il cavallo. Mia madre nel primo periodo da Sassari portava anche i pelati Casar, e si vantava di non aver mai comprato il sale a Roma. E mi ricordo, con grande divertimento, quando il collaboratore che aiutava in casa, di origini filippine, chiamò mio padre terrorizzato perché era arrivata una valigia con dentro due agnelli. Mio padre mi telefonò convocandomi e mi accolse con un coltello da macellaio per farli a pezzi e prepararli per essere cucinati, perché il filippino si rifiutava di farlo. E quando vide che me la cavai mi fece sinceri complimenti».

Un presidente sassarese che, mente infuriava la guerra della picconate, si vide trattare, anche da stampa fino ad allora amica come La Repubblica, come uno squilibrato. «Mio padre – spiega Giuseppe – sapeva essere feroce. Ma i suoi “scherzi” non erano mai fatti per caso, erano anzi di rara acutezza. Basti pensare al famoso attacco a Palamara al Tg di Sky, all’epoca diretto da Emilio Carelli. Gli disse che aveva la faccia da tonno, che i nomi esprimono realtà e lui si chiamava Palamara come il tonno e che la faccia intelligente non ce l’aveva assolutamente. In realtà erano parole che hanno costituito una sferzata critica nei confronti del mondo della magistratura, perché fotografavano, da chi aveva vissuto direttamente nel rapporto tra il presidente della Repubblica e il Csm, quella che era la realtà: il corporativismo dei magistrati e l’eccesso di chiusura, tutti problemi che anni dopo sono esplosi».

Qualche volta però ha esagerato anche lui: «Io avevo appena giurato come sottosegretario alla Difesa – chiude Giuseppe –. Mi chiama il ministro Brunetta e mi dice arrabbiatissimo che mio padre in un agenzia dichiarava che Brunetta era un nano libidinoso. Lo chiamo immediatamente, gli chiedo di ritrattare, gli spiego che mi stava mettendo in enorme difficoltà. Dopo pochi minuti esce un’altra agenzia, dove rettificava la dichiarazione, e si dispiaceva di averlo definito nano. Dissi a Brunetta di lasciar perdere, che era meglio non provocarlo oltre. E nel mentre lo immaginavo mentre se la rideva sotto i baffi».

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