La Nuova Sardegna

L'intervista

I 30 anni di Forza Italia, Piergiorgio Massidda: «Abbiamo cambiato il Paese»

di Luigi Soriga
I 30 anni di Forza Italia, Piergiorgio Massidda: «Abbiamo cambiato il Paese»

Nel 1994 fu tra i fondatori del partito poi parlamentare e coordinatore regionale

26 gennaio 2024
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Sassari La clessidra dei ricordi si capovolge a 30 anni fa. Piergiorgio Massidda, 67 anni, medico cagliaritano, veniva fuori dall’esperienza repubblicana, nel 1992 venne eletto nel consiglio comunale di Monserrato, poi il suo partito uscì con le ossa rotte dalla valanga di Mani Pulite. Tra le macerie di un’intera classe dirigente, nel 94 si affacciava sgomitando un’idea nuova di politica.

Berlusconi l’ha affascinata da subito?
«In verità mi stava parecchio sulle palle, e la prima volta che lo incontrai glielo dissi in faccia. Ma era un’antipatia sportiva: io tifoso sfegatato del Cagliari, lui presidente del Milan, in quel periodo ci stava fregando i giocatori migliori. Gli dissi: tu sei l’ultima persona con la quale avrei pensato di schierarmi. Tu e il tuo Milan mi stavate veramente sulle palle».

Invece perché fu proprio uno dei fondatori di Forza Italia?
«Perché, messo da parte il calcio, il programma politico era affascinante. Me ne innamorai subito. Mi avvicinai all’ambiente grazie a Gianni Pilo. Accettai di candidarmi nel collegio più rosso che c’era, Monserrato. Era una scommessa quasi impossibile, all’inizio sulla carta eravamo perdenti, 13 punti sotto. Nel mio palazzo gli inquilini facevano campagna per Sizzia, nel rione io ero un frillo totale. Poi improvvisamente il vento cambiò a nostro favore, e quando i miei vicini mi incontravano in ascensore mi rendevo conto che mi guardavano con occhi diversi».

Com’era il clima, in quegli anni di fervore, in Forza Italia?
«Eravamo convinti di cambiare l’Italia, c’era entusiasmo. Gli altri ci guardavano con superiorità, ci additavano come degli improvvisati della politica, ci prendevano in giro per l’utilizzo ossessivo dei sondaggi. Invece abbiamo fatto scuola: telefonavamo a tutti i cittadini e avevamo tre tipi di questionari differenziati sul livello culturale dell’interlocutore. Molti di noi erano figure di secondo piano in altri partiti e avevano già esperienza organizzativa. In pochi anni abbiamo dimostrato di cosa eravamo capaci, trasformando Forza Italia in una macchina per voti».

In questo però c’è il marchio di fabbrica di Berlusconi. Qual è il suo ricordo? Che rapporto c’era tra voi?
«C’era simpatia reciproca, gli piaceva la mia schiettezza, anche se non sopportava il fatto che a raccontare barzellette fossi più bravo di lui. Durante le pause interminabili delle Finanziarie, facevamo le gare, e in genere Berlusconi si piazzava terzo. Primo il presidente dell’Ordine dei Medici di Napoli, un fuoriclasse, uno che come apriva bocca iniziavi a ridere. E secondo il sottoscritto».

E lei di Berlusconi cosa ammirava?
«Il suo essere multitasking. Io una cosa del genere non l’ho mai vista. Un giorno andai nella sua stanza per parlare di alcune questioni della Sardegna. Lui faceva finta di ascoltarmi, e nel frattempo scriveva una lettera, sentiva un messaggio del telefono e dava istruzioni alla guardia giurata. Gli dissi: se non te ne frega nulla di quello che ti sto dicendo, basta dirlo. E lui: guarda che ho ascoltato tutto. E mi ha ripetuto il mio discorso dalla prima alla ultima sillaba. Io sono rimasto secco».

Ha mai partecipato ai Bunga Bunga?
«A quell’epoca ero anche libero e mi piacevano le belle donne. Ma quelle cene mi mettevano tristezza e ne sono sempre stato alla larga. Tutto girava troppo attorno ai soldi e alla voglia di approfittarne. Era squallido».

Tajani può prendere il testimone di Berlusconi?
«Tajani è un politico in gamba, ma qui siamo lontani galassie. Berlusconi manca a tutti, anche ai suoi avversari, che si mangiava uno dietro l’altro. L’unico che un po’ gli ha tenuto testa è Prodi, poi il deserto. E la stessa Meloni, che pure è brava, o Salvini, che ha delle qualità, non hanno un briciolo della sua caratura. Una volta ho fatto da interprete a un incontro con Nelson Mandela. Gli avevano descritto Berlusconi come un cialtrone ed era molto prevenuto. Invece, dopo la chiacchierata è rimasto colpito dalla verve e dalla intelligenza.

Dopo il Cavaliere la crisi?
«Non ha mai creato un suo delfino. E i partiti ormai si fondano sulla leadership. Sino a 50 anni fa potevi elencare almeno 6 o 7 esponenti di un partito che potevano assumere il ruolo di segretario. Provate a fare questo giochino adesso. Già è difficile trovarne uno, di leader...»

Lei con la politica ha definitivamente chiuso?
«Ho già dato abbondantemente, non mi ritrovo più in questo partito, e ho scelto di lasciare spazio ai giovani. Sono una personalità piuttosto ingombrante. Poi la politica costa in termini di soldi ma anche di affetti. Io ho fatto tante rinunce, ho mollato uno studio con 20 dipendenti e 120 clienti al giorno che mi faceva guadagnare di più di uno stipendio da parlamentare. Ho preferito non sposarmi. Detto questo, ho anche passato un periodo meraviglioso».

Ci fa un pronostico per le prossime regionali?
«Ho visto tanti sondaggi e un po’ di occhio clinico in questi anni me lo sono fatto. Vincerà il centrodestra, ma solo per il suicidio degli avversari. In Sardegna ha sempre funzionato l’alternanza, e quest’anno sarebbe stato l’anno del centrosinistra. Detto questo Soru, del quale non condivido una virgola, questa volta ha la mia ammirazione. Mi piace il suo strenuo tentativo di far ritornare il Pd a cosa era il Pd. La Todde, invece, è un’ottima professionista, ma di amministrazione capisce quanto io mi intendo di cucina. Truzzu ha ancora un po’ di pastasciutta da mangiare, ma dietro ha una scuola politica, e si vede. L’altra candidata? Boh, non pervenuta».

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