La Nuova Sardegna

I consigli dell’esperta

Monica Santoro, sociologa: «Oblio collettivo per ripartire»

di Andrea Sini
Monica Santoro, sociologa: «Oblio collettivo per ripartire»

Il contatto fisico è tornato a essere una cosa normale nei rapporti tra le persone. È nella natura umana

16 marzo 2024
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Sassari «Il Covid ci ha scossi così tanto che la reazione collettiva è stata una sorta di oblio legato a quel periodo. Abbiamo ricominciato a vivere come prima e soltanto tra qualche anno saremo in grado di valutare in maniera chiara quali sono stati gli strascichi». Secondo Monica Santoro, docente di Sociologia della famiglia all’Università di Milano, il lockdown e limitazioni legate alla pandemia sono state in qualche modo messe da parte. «Non parlo di un processo di negazione – spiega – perché in molte zone d’Italia quasi ogni famiglia ha perso almeno un familiare e dunque il lutto non si può rimuovere. Ma gradualmente abbiamo iniziato a mettere da parte quel periodo. Il Covid ha disorganizzato la nostra vita sociale, che normalmente scorre su binari ben definiti. Appena possibile le persone hanno ricominciato a vivere come prima, ponendosi obiettivi e tornando a stare insieme».

Cosa ci ha lasciato il Covid?
«Abbiamo imparato che possiamo intrecciare relazioni a distanza, e questo è molto utile in determinati ambiti professionali. Ho fatto uno studio specifico sulla cooperazione internazionale sotto il Covid e ho scoperto che si sono aperte nuove importanti opportunità anche a distanza grazie a internet. Ma nelle relazioni significative la pandemia ha fatto emergere alla lunga tutta la limitatezza dei rapporti a distanza. Uno dei motti era “torneremo ad abbracciarci”. Ed è stato così, perché è necessario farlo».

Lo si fa ancora?
«Oggi la stretta di mano tra due persone che si incontrano non è più scontata come prima. Ma nei rapporti meno formali e in quelli affettivi siamo tornati al punto di partenza. Perché la comunicazione dell’affetto e la fisicità sono un’esigenza irrinunciabile in una relazione profonda tra le persone».

L’altro aspetto evidenziato dalla sociologa è il fatto che l’isolamento ci ha costretti a riflettere. Su cosa?
«Sulla nostra vita. Avevamo a che fare quotidianamente con la malattia e con morte. Questo ci ha messi di fronte sia a una riflessione sul significato della nostra vita. Non sapevamo quale sarebbe stato il nostro futuro, eravamo molto spaventati. Il Covid ha aperto la porta alla paura della nostra finitezza, poiché siamo limitati e vulnerabili, e ha fatto da detonatore delle nostre problematiche. Gli psicologi segnalano l’aumento delle sintomatologie depressive e i disturbi dell’alimentazione».

Quali categorie sono state più colpite?
«Sicuramente gli adolescenti e i giovanissimi, privati della socialità in una fase cruciale della crescita. Poi i bambini, che non erano in grado razionalmente di comprendere cosa stesse succedendo e hanno vissuto sulla propria pelle le emozioni degli adulti. Questo li ha destabilizzati e ora si segnalano comportamenti più aggressivi. Infine le donne, per le quali durante il lockdown il carico è aumentato in maniera esponenziale, tra lavoro, faccende di casa e figli da seguire. Molte di loro sono state costrette a restare in casa, ma nessuno ha pensato che per molte donne e molti bambini la famiglia è uno dei luoghi meno protetti. I dati sui femminicidi e l’aumento delle chiamate ai centri antiviolenza lo dimostrano».

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