La Nuova Sardegna

Sanità

È ricomparsa la sifilide: a Sassari 30 casi da gennaio

di Luigi Soriga
È ricomparsa la sifilide: a Sassari 30 casi da gennaio

Una malattia ormai archiviata, ma riportata in Europa dalle imponenti migrazioni. Gli alunni del Devilla scioccati dalle foto: «Non immaginavamo una cosa simile»

05 aprile 2024
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Sassari Sullo schermo, in grande, c’è la foto di un pene. Il legittimo proprietario, poveretto, non se la passava benissimo. «Ahiaaa! Che male!» commenta uno studente del polo tecnico Devilla. E sgrana gli occhi con un ghigno di sofferenza, quasi immaginasse quelle escrescenze purulente sulle proprie parti intime. I compagni ridacchiano. Anche il dottor Vincenzo Nardi, infettivologo dell’Aou di Sassari, è sornione: «Davvero vale la pena rischiare tutto questo per due minuti di piacere? Dal momento che alla vostra età e col vostro bagaglio di ormoni, di astinenza non se ne parla, allora non è meglio proteggersi con un preservativo durante i rapporti sessuali?».

Sifilide: qualcuno, tra gli alunni delle quarte A, B e C, forse l’aveva sentita nominare dai nonni, e quel termine aveva qualcosa di familiare: ma ora che i medici hanno proiettato le foto e mostrato cosa questa malattia sia capace di disegnare sui genitali e sul corpo, la parola «sifilide» se la ricorderanno a vita. Il problema è che è stata archiviata per tanti anni nei cassetti della memoria, ma dal 2000 è riemersa improvvisamente, ed è ricomparsa in maniera preoccupante. «Solo nel 2024 – dice Antonio Pintus, dell’unità complessa di Malattie Infettive – abbiamo registrato una trentina di casi».
A riesumarla in Italia, così come in molti altri paesi d’Europa, è stata la imponente migrazione dei popoli dalle regioni Africane, dove la penicellina non è ancora così accessibile su larga scala per debellare del tutto la sifilide. E ancora i flussi dai paesi dell’est, come Albania e Russia. E visto che la trasmissione è per via sessuale, uno dei primi veicoli sono state le prostitute. Dopodiché però, la malattia si è allargata in maniera capillare anche a chilometro zero, insinuandosi in quell’intricato reticolo di rapporti occasionali, tradimenti, piacere a pagamento, turismo sessuale che animano la quotidianità. Insomma, anche se nel sedicesimo secolo la sifilide era una sorta di epidemia pestilenziale, ai giorni nostri trova ancora terreno fertile. E una cinquantina di alunni, nell’aula magna dell’Istituto superiore di via Monte Grappa, l’hanno vista per la prima volta in tutta la sua crudezza. Anche quando le pustole si diffondono nel palmo della mano, per poi infestare schiena, faccia e tutto il corpo. Infatti i due infettivologi dell’Aou, Nardi e Pintus, invitati dalla professoressa Beatrice Nuvoli, come da dieci anni a questa parte, dedicano una loro mattina libera per gettare qualche seme di prevenzione in quel deserto di conoscenza nel quale si cullano i diciasettenni. Delle malattie sessualmente trasmissibili non sanno quasi nulla. Ignorano la differenza tra Hiv e Aids. Alcuni pensavano che la pillola potesse metterli al riparo da ogni inconveniente, non solo dalla maternità. Così la terapia d’urto, con immagini forti ed esplicite, è sicuramente la più efficace.

«I pazienti sono di tutte le età – spiegano i due medici – dal giovane al sessantenne. C’è chi ormai ha familiarità con i sintomi e con le cure, perché magari l’ha presa già diverse volte e sa che si può risolvere in fretta. Quindi arriva da noi con la diagnosi già fatta, e pronto per sottoporsi all’iniezione di penicellina».

Ma quando gli infetti sono le coppie, allora le cose si complicano: «Chi è che ha contagiato l’altro? Questa non è una domanda da poco che ha delle implicazioni imbarazzanti. Perché non è mica facile dover ammettere l’infedeltà. Quindi questi pazienti, prima di venire in reparto, lasciano passare anche qualche giorno di troppo, con la patologia che cammina». Quando non ne possono fare a meno, si rassegnano alla cura, e al terzo grado del partner.
 

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