La Nuova Sardegna

Il commento

Medici aggrediti, serve più assistenza e non più polizia

di Eugenia Tognotti
Medici aggrediti, serve più assistenza e non più polizia

Molti operatori socio sanitari stanno pensando di cambiare lavoro proprio per via degli episodi di violenza in corsia

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L’escalation delle aggressioni contro gli operatori socio-sanitari – che mettono a repentaglio la loro incolumità fisica, la loro serenità lavorativa e la loro salute - è tale da proporre un bollettino di guerra quotidiano.

Ci troviamo di fronte a una realtà inquietante. Gli episodi di violenza - spesso commessi da pazienti, dai loro congiunti e accompagnatori - sono diventati una minaccia incombente per coloro che lavorano a stretto contatto con pazienti in condizioni di sofferenza e fragilità. Ma che sono anche causa di cattivo funzionamento e danni agli stessi servizi socio-sanitari. Non solo. Secondo una recente indagine del sindacato dei medici e dirigenti sanitari l’aumento delle aggressioni sarebbe all’origine della volontà di cambiare lavoro di un operatore su tre, cosa che minaccia di assestare un altro colpo mortale al disastrato servizio sanitario. L’allarmante fenomeno interessa anche la Sardegna, allineata per questo poco onorevole aspetto alle altre regioni, come è emerso dai dati ufficiali comunicati nell’informativa al Parlamento divulgata dall’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie (Onseps), incaricato del monitoraggio degli episodi di violenza.

Il crescendo, nel numero e frequenza delle aggressioni in Italia, è finito sui tavoli governativi e ha aperto un dibattito a più voci che ha fatto avanzare una serie di domande: quali le cause degli episodi di violenza? Quanto può aiutare l’inasprimento delle pene per questo genere di reati e la ‘militarizzazione’ degli ospedali come deterrente per le aggressioni? Quali provvedimenti mettere in campo per prevenirli? Cominciamo dalle cause che sono molteplici e complesse. Molte sono legate alle caratteristiche dei pazienti: aggressività, prepotenza, pregiudizi verso la sanità o il personale medico e infermieristico, disturbi mentali, abuso di alcool e sostanze. Ma, tra le cause, occorre includere le distorsioni e le disfunzioni, in particolare nell’ambito dell’emergenza– urgenza (penuria di personale, tempi d’attesa biblici al pronto soccorso, carenza di comunicazione). Qualche ricerca scientifica, condotta in realtà circoscritte, ha riconosciuto il ruolo dei fattori ambientali e organizzativi capaci di facilitare eventi di violenza in ambiente sanitario: l’affollamento, le attese prolungate, la mancanza di generi di confronto e acqua potabile, il deficit di informazioni. Ancora. Per quanto riguarda la prevenzione, non sembra che abbiano influito in modo significativo i provvedimenti adottati con alcune leggi (2020 e 2023) che inaspriscono le sanzioni per chi si rende colpevole di atti di aggressione verso i sanitari; l’istituzione della procedibilità d’ufficio e l’aumento dei posti di polizia. Cosa che non induce all’ottimismo circa le proposte che vanno in direzione del rafforzamento delle misure di protezione annunciate dal Ministro della salute Orazio Schillaci (tra cui la reclusione da 2 a 5 anni per chi si macchi del delitto di lesioni ai danni del personale sanitario).

La corsa a “punire” di più e meglio gli aggressori - e la ‘militarizzazione’ di ospedali- non promette di cambiare le cose, specie se questa soluzione non si accompagna a quella di un aumento dei servizi e delle risorse da destinare alla Sanità, il cui venir meno si è accompagnato, come è evidente, all’aumento dei casi di aggressione. La misura più urgente è incrementare la presenza di varie figure professionali - medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali e altri professionisti del settore sociosanitario- che in vario modo costruiscano un dialogo e una relazione diretta con i pazienti, che va al di là del frettoloso approccio fondato sulla mera prescrizione e somministrazione di farmaci. È o non è la relazione di cura – come ci dice l’antica medicina - l’asse portante dell’intera assistenza?

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