La Nuova Sardegna

Sanità

Bandi deserti, ambulatori vuoti non solo nei paesi: «La Asl fa scappare i medici»

di Luigi Soriga
Bandi deserti, ambulatori vuoti non solo nei paesi: «La Asl fa scappare i medici»

La dottoressa Calaresu: «Sto stringendo i denti, ma con 1511 pazienti è impossibile». Nessuno disposto a lavorare a Bonorva, il sindaco: «Cercheremo una soluzione»

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Sassari Tre giovani medici si sono dimessi a Li Punti e Sorso. A Bonorva il sindaco Massimo d’Agostino è disperato. Scrive sul suo profilo Fb: «Purtroppo i due bandi pubblicati dalla Asl sono andati deserti. Stiamo cercando di trovare una soluzione». Oschiri è nella stessa situazione, con l’Ascot a supplire la mancanza di un ambulatorio. Sguarnite anche Florinas, Ossi, Chiaramonti, Bulzi, Laerru ed Erula, solo per parlare del nord Sardegna. Ma in tutta l’isola, soprattutto nelle zone più disagiate, la situazione dell’assistenza di base è critica. I medici sono pochi, c’è una vecchia generazione sull’orlo della pensione e le nuove leve ci pensano tre volte prima di sostituirla. Perché, a detta loro, le condizioni di lavoro sono diventate disumane.

Marta Calaresu, 38 anni, ambulatorio a Li Punti, ancora stringe i denti, ma è sul punto di mollare. «Quando è andato in pensione dottor Sale – racconta – mi sono ritrovata di botto con 450 pazienti in più, e sono arrivata a quota 1511. Già annaspavo con i miei 1100 assistiti, figuriamoci quando il massimale si è incrementato all’improvviso, e soprattutto con 450 pazienti la maggior parte dei quali anziani, cronici o comunque bisognosi di frequente assistenza». La richiesta all’Asl di ridurre i carichi di lavoro, riportando il massimale a 1200 e spalmando i pazienti su altri ambulatori con meno pressione, non è stata accettata. Le borgate sono zone critiche, con grave carenza di medici di base. Tanto è vero che il bando dell’Asl prevede per i nuovi camici bianchi l’apertura obbligatoria per tre anni a Li Punti, San Giovanni, Ottava e Santa Maria di Pisa. «Se c’era un modo per far scappare altri giovani dalla medicina generale, questo è il migliore – dice la dottoressa Calaresu – mi chiedo chi sarà il kamikaze disposto a caricarsi 1800 pazienti per tre anni, senza indennità di segreteria, con le visite a domicilio, la reperibilità telefonica, e la consapevolezza di dover lavorare per 12 ore al giorno. Perché la mia vita, in questo momento, è esattamente questa. E se hai una bambina piccola, conciliare questi orari con la famiglia è un’odissea. Il discorso che se hai scelto di fare il medico sei un missionario e devi dimenticarti di tutto il resto, per me è inaccettabile. Ognuno ha diritto a una propria vita oltre al lavoro. In questo momento sono costretta a pagare una collega per darmi una mano con le visite domiciliari, perché altrimenti non potrei farcela».

Quello che i medici delle borgate chiedono, è che almeno i pazienti che risiedono in altre parti della città, vengano dirottati su ambulatori più vicini e con meno assistiti. «Ci sono almeno un centinaio di pazienti che abitano lontanissimi da Li Punti, alcuni al centro storico, altri in via Pascoli. Qualcuno a Platamona, o a Bancali. Lavorare nelle borgate è molto più faticoso rispetto a un ambulatorio in città, dove hai concentrati i tuoi pazienti nel raggio di un chilometro. Qui la densità abitativa è bassa, e il territorio è ad ampio raggio. Andare a visitare da Li Punti un paziente allettato alle Conce ti sottrae moltissimo tempo». E chiedono che il gap tra ambulatori in città con 200 pazienti e altri con oltre 1500, venga colmato. «L’Asl ha detto che non accetta la riduzione dei massimali nelle borgate, ma ha bocciato anche le richieste di colleghi con ambulatori stracarichi anche in centro. E questo non ha senso. Perché avere più di 1500 pazienti significa dedicare a ognuno massimo 10 minuti, perché ne hai in fila sempre 40 al giorno. Vuol dire essere inondata di telefonate anche fuori dall’orario di lavoro. Significa non poter aprire le mail se non la notte, o rispondere ai Whatsapp dopo le 23, quando hai messo a nanna tua figlia e hai cenato. Ma magari uno dei referti che dovevi guardare era urgente. Io non posso mettere a repentaglio la salute dei miei pazienti perché non ho tempo materiale da dedicargli. Questa per me non è più buona assistenza».

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