La Nuova Sardegna

Quarant’anni fa

La strage dell’Heysel, fra le vittime anche tifosi sardi: ecco chi erano

di Claudio Zoccheddu
La strage dell’Heysel, fra le vittime anche tifosi sardi: ecco chi erano

A perdere la vita allo stadio furono Giovanni e Andrea Casula, Mario Spanu e Barbarina Lusci: le loro storie

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Sassari Il 29 maggio del 1985 le cariche dei tifosi inglesi iniziarono alle 19.20, un’ora prima dell’inizio della finale di Coppa dei Campioni tra Liverpool e Juventus. Due ore dopo, il massacro dell’Heysel, con 39 morti e più di 600 feriti, era già una delle pagine più tristi della storia, sportiva e non. Quarant’anni dopo, la memoria di quei momenti è ancora viva in ogni persona che, anche solo davanti alla tv, assisteva ad una tragedia trasmessa in Eurovisione. All’epoca ci volle tempo per capire realmente cosa stesse accadendo a Bruxelles. Anche i tifosi che erano allo stadio, nei settori lontani dagli scontri, faticavano a comprendere le dimensioni della tragedia. A casa, poi, viveva momenti di terrore chiunque avesse un familiare, un parente o un amico che era partito con l’intenzione di coronare il sogno di una vita ma che invece si era ritrovato catapultato in un incubo mortale, da cui 39 persone non si svegliarono mai.

Le vittime Anna Passino era davanti alla tv e non voleva credere ai suoi occhi, come molti. Qualche giorno prima avevano salutato il marito Giovanni Casula, 43 anni, e il figlio Andrea, undici anni e un amore sconfinato per il calcio. «Dovevamo partire tutti – ha raccontato più volte Anna – ma io rimasi a Cagliari perché mia figlia Emanuela aveva l’esame di terza media». Partirono gli “uomini” di famiglia.

Prima una tappa a Milano, poi l’arrivo a Bruxelles con in tasca due biglietti comprati all’ultimo istante. Li aspettava il settore Z, quello che era destinato ai tifosi neutrali, belgi perlopiù, ma che i canali del bagarinaggio avevano trasformato nella sfortunatissima avanguardia del tifo juventino, a due passi dagli hooligans. La marmaglia inglese era arrivata a Bruxelles più per vendicare le botte prese a Roma l’anno prima, sempre durante una finale di Coppa dei Campioni, che per vedere la partita. E così fecero. Usando un pretesto, gli hooligans attaccarono il settore Z. Le prime cariche sfondarono le reti di separazione. I tifosi italiani iniziarono a scappare, anche verso il campo di gioco. Le esigue e impreparatissime forze di polizia belga non compresero la situazione e li respinsero a manganellate. Allora tutti si spinsero verso il muro opposto al settore X, da dove arrivavano gli inglesi. Poi la calca provocò il disastro. I tifosi rimasero schiacciati dal crollo del muro di uno stadio fatiscente, dalla calca o dalle altre persone che scappavano. Tra loro c’erano anche Giovanni Casula e il piccolo Andrea. Insieme ad altre 37 persone.

Due erano originarie dell’isola: Mario Spanu, partito da Novara, e Barbarina Lusci, emigrata in Belgio da Domusnovas. Anna Passino e la figlia Emanuela, che ha cortesemente chiesto di non rispondere alle domande che si è sentita fare chissà quante volte, persero metà della loro famiglia. Un sacrificio assurdo che, inoltre, risolse poco o niente. Le squadre inglesi vennero squalificate dalle competizioni Uefa per cinque anni ma quattro anni dopo, nel 1989, 91 tifosi inglesi morirono all’Hillsborough Stadium di Sheffield, ancora una volta schiacciati dalla calca causata dall’impreparazione delle forze dell’ordine. Oggi, 40 anni dopo l’Heysel, la violenza non ha ancora abbandonato gli stadi, gli scontri sono ancora un tema irrisolto e la sensazione che le 39 vittime dell’Heysel non abbiano insegnato niente è sopravvissuta al passare del tempo.

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