La madre della Murgia al Corriere della Sera: «Michela, mia figlia: le sue scelte non le ho mai capite ma meritava il premio Nobel»
«La famiglia queer, i suoi ragazzi, non li sento vicini a me. Il padre era un violento, invidioso della sua intelligenza»
Cabras Non ha pianto quando la figlia è morta, “non ho urlato” “non ho fatto niente”. Ma le manca, tantissimo. Costanza Marongiu, 78 anni, parla del suo rapporto con la figlia Michela Murgia, scomparsa due anni fa, la notte del 10 agosto, a causa di un tumore. Lo fa in una lunga intervista di Elvira Serra pubblicata sul Corriere della Sera.
Costanza confessa di non avere mai capito la figlia e le sue scelte, in particolare la famiglia queer: “Non riesco a chiamarli figli di anima, questi ragazzi. Non li sento vicini a me, non riesco a immaginarmi parte di questa famiglia allargata”. E poi i ricordi, la nascita di Michela: “Erano le 6 del mattino, pesava tre chili e 800 grammi”. E la prima parola: «Pastasciutta. In realtà disse “papniei”. Io ero tutta speranzosa che dicesse mamma e invece no, con il dito aveva indicato perentoria la pastasciutta».
Costanza si sofferma anche sulle scelte sentimentali della figlia, su entrambi i mariti. Il primo si chiamava Manuel Persico “non ho mai capito cosa trovasse in lui”. Il secondo Lorenzo Terenzi: “Lui non l’ho mai sentito. La nostra non è solo una distanza di spazi, è una distanza di persone che non hanno avuto grandi rapporti neanche prima”. Poi l’orgoglio per il Campiello vinto da Michela e il rammarico: “avrebbe meritato il Nobel per la letteratura, mi sarebbe piaciuto un riconoscimento di quel livello per convincere certe persone che lei valeva tanto». Nell’intervista si parla anche del testamento di Michela Murgia: “non ha lasciato nulla a me, ma nulla volevo, né al fratello Cristiano”. E poi zia Annetta, l’altra madre della scrittrice.
«Io e lei abbiamo impiegato un anno e mezzo a renderci conto che Michela non c’era più. Lei più di me, perché io, nel bene o nel male, mia figlia la sentivo per telefono mentre a lei Michela non rispondeva più, non voleva darle un dolore dicendole cosa aveva". Ancora, il marito di Costanza, il padre di Michela: “Era un compagno impossibile. Io avevo tutto cointestato a questo uomo, il ristorante, la casa, i debiti con la banca. Pagavamo rate da cinque milioni al mese. Michela voleva che lo lasciassi, ma ho avuto paura. Nessuno sapeva dell’inferno che io vivevo in casa mia. Nemmeno lei lo ha mai capito”. Ancora: “Tonio (il marito ndr) era schizofrenico, egocentrico e alcolizzato. E invidioso dei figli, non voleva che Michela tornasse a scuola». Sino a quella notte, il 26 dicembre del 1990, quando Tonio distrusse la casa e allora Costanza portò i figli da zia Annetta: “Per lei Michela era una figlia. Ma di questa figlia non aveva capito il valore. Era convinta che fosse sua figlia dalla prima comunione di Michela. Ma Michela era figlia mia».
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