La Nuova Sardegna

L’intervista

Alice De André: «Essere la nipote di Fabrizio? Tutti mi chiedono se so cantare»

di Paolo Ardovino
Alice De André: «Essere la nipote di Fabrizio? Tutti mi chiedono se so cantare»

La nipote, 26 anni, sul web pubblica sketch contro gli stereotipi sul cognome. Ha scritto un monologo teatrale «e spero di esibirmi nella mia Tempio»

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«Piacere, Alice De André», e da questo momento chi le sta di fronte o si lancia subito alla curiosità e la tormenta di domande o prova a trattenersi ma prima o poi cede. «Ma quindi sei la nipote di Fabrizio De André?», sì, e figlia di Cristiano, e arrivata a 26 anni ha fatto pace con il suo cognome.

Il suo profilo Instagram è seguitissimo perché lei, che ha la passione per la recitazione e il teatro, lo riempie di sketch divertenti che arrivano al milione di views). Prende in giro chi le fa le domande più improbabili sul nonno cantautore. Chi le dice, per farle un complimento, che è bella quanto Dori Ghezzi. Peccato che sia diretta discendente semmai di “Puny”, cioè il primo grande amore di De André.

Nata a Tempio «cinque mesi dopo la morte del nonno e quella al pancione di mamma fu l’unica sua carezza fisica per me, tuttavia è presentissimo», così aveva scritto sui social qualche tempo fa. Papà Cristiano «ormai da due anni vive fisso in Sardegna», a Portobello, lei sta tra Milano e Porto Pollo, insieme al fidanzato che ha una scuola di vela.

Alice, ha scritto un nuovo spettacolo e qualche giorno fa ha condiviso su Instagram una storia con una sua amica che, appena lo ha letto, è scoppiata a piangere. Perché?

«In realtà dovrebbe far ridere (ride, ndr). Si intitolerà “Alice non canta De André”, è una delle primissime volte che ne parlo. Debutterà a febbraio 2026 a Milano e poi girerò per l’Italia, mi piacerebbe tanto tanto portare lo spettacolo a Tempio, dove mio nonno aveva scelto di ritirarsi. Si tratta di un monologo dissacrante, dove rivivo questo cognome: cosa è stato per me durante l’infanzia e cosa è oggi».

Perché è difficile conviverci?

«Penso a tutte le domande che mi vengono fatte, “perché non canti?” per esempio. Forse si aspettano sia nata con un mandolino in mano, invece sono molto stonata. Poi c’è chi mi chiede perché non uso un nome d’arte. Però mi dico: perché devo privarmi del mio nome, solo per l’ignoranza delle persone? Non bisogna diventare schiavi dei paragoni, bisogna combatterli. E così sul palco voglio raccontare questo viaggio tra nonno e nipote che non si sono mai conosciuti ma che hanno un legame».

Anche qui nell’isola quando si presenta desta curiosità?

«Sì, soprattutto a Tempio. Ma più che altro ognuno ha un aneddoto, specie in Gallura. Mio nonno era amico di tutti, e questo per me è molto bello perché non avendolo conosciuto posso farmi un’idea su chi fosse».

Uno dei suoi reel che hanno più view è proprio quello dove gioca su cosa significa vivere in Sardegna agli occhi esterni. La domanda più frequente: ma in Sardegna cosa si fa in inverno? È così?

«Sì! Parlo delle persone che conosco, anche dei miei amici. Chi vive fuori lo trova inimmaginabile, soprattutto chi viene da una città frenetica come Milano. Parlando per stereotipi, poi, si pensa alla Sardegna solo come Costa Smeralda. Oppure come terzo mondo, una vita che invece in Sardegna, come diceva qualcuno, è la migliore che uno possa augurarsi».

Cosa le piace della vita sarda?

«Qui ho meno distrazioni, vivo ogni cosa come con una lente d’ingrandimento, mi ci posso soffermare. Ammetto di aver bisogno anche io della componente frenetica, ma Milano la sopporto sempre meno».

A febbraio suo padre si è esibito con Bresh a Sanremo con la cover di “Creuza de ma”. Una performance ripetuta ben tre volte, per la gioia di Carlo Conti.

«Ho avuto le palpitazioni! Quando ho visto che alla prima esibizione aveva il microfono spento ho temuto, mio padre non ha proprio lo spirito da animatore di villaggio, ecco. Quando alla seconda gli è caduto il bodypack ho detto “Adesso viene giù tutto”. Invece l’ha gestita benissimo e alla terza mi sono emozionata, gli ho telefonato subito dopo. Adesso con Bresh sono amici, l’altro giorno ho assistito a una conversazione tra loro in genovese stretto, sembrava di sentire il Gabibbo».

Ha già firmato due spettacoli da regista, il teatro è la sua strada?

«Ho fatto un master in pedagogia teatrale e tre anni fa ho iniziato a insegnare in una scuola a ragazzi che presentano forme di Dsa. È nato il primo spettacolo, sulla figura dell’eroe. “Non possiamo essere eroi”, mi dicevano. Perfetto, abbiamo lavorato su quello. Il secondo è nato in giro per l’Italia, attorno al concetto che non esiste l’errore».

Lei usa molto l’ironia.

«Saper ironizzare sulle cose che ci fanno del male aiuta a esorcizzare. Questo mio spettacolo sul cognome nasce dal dolore di non riuscire a farsi sentire per quello che si è, ma la gente ti chiude in una scatola».

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