«La Corsa degli Scalzi è più antica», una ricerca ne riscrive la storia
Le tesi di Gian Matteo Mureddu sulla processione religiosa di Cabras
Cabras Non nel medioevo. Le lancette della storia vanno portate indietro nel tempo. Molto tempo. «La Festa di San Salvatore non è nata nel XVI o nel XVII secolo, come si è ritenuto fino a oggi, cioè all’epoca delle incursioni saracene, ma molto tempo prima e ha avuto la sua origine all’interno della comunità giudeo cristiana nei primi secoli del cristianesimo, come continuazione nella piana del Sinis della Festa delle capanne ebraica Sukkot». A sostenere l’affascinante teoria, che se confermata da future ricerche e studi approfonditi è destinata a riscrivere le origini della festa tanto amata dai cabraresi e non solo, è Gian Matteo Mureddu, avvocato con una grande passione per la storia e le tradizioni, autore del volume “La novena e la festa di San Salvatore”, edito da Nor. Una festa e un luogo, quello dell’antico villaggio del Sinis, che come scrive Don Vincenzo Marras nella prefazione del libro: «Interroga e si fa interrogare».
Così l’autore spiega quindi l’esito della sua ricerca: «Con il mio lavoro, che mi ha impegnato diversi anni, ho cercato di uscire dalle leggende, alcune piuttosto fantasiose e senza fondamento storico, circolate fino a oggi sulla Festa di San Salvatore, e dalla derivazione folkloristica degli ultimi decenni, che finiscono per dipingerla quasi come una sagra popolaresca qualsiasi, svuotata del suo significato più profondo, ovvero di una festa religiosa importante, vista con gli occhi dei novenanti, che celebra la Trasfigurazione di Cristo. Una festa che in tutta la cristianità si commemora oggi piuttosto in sordina il 6 di agosto e che a Cabras, apparentemente senza alcun motivo storico o liturgico, si celebra solennemente la prima domenica di settembre».
E la risposta, secondo Mureddu, è nella ebraica Festa delle Capanne, che presentava la stessa durata, sette giorni più uno – il novenario è nato negli anni Sessanta del secolo scorso –, e si svolgeva nello stesso mese, il settimo – settembre è il settimo mese nel calendario romano – con analoghe modalità. «Come avviene nel caso di San Salvatore, gli ebrei lasciavano i loro villaggi per raggiungere Gerusalemme e abitare in capanne provvisorie – scrive l’autore –. Al pomeriggio del settimo giorno, esattamente come a San Salvatore, i fedeli iniziavano a smantellare le capanne che avrebbero lasciato il giorno seguente e, dalla sera fino al giorno dopo, molti indossavano una veste bianca di lino simile a quella sacerdotale. L’ottavo giorno, infine, i fedeli tenevano una convocazione santa a scioglimento della festa e, come i nostri devoti dietro al simulacro del Salvatore, facevano rientro alle proprie case».
L’analisi di Gian Matteo Mureddu prosegue: «Nell’ottica delle capanne vanno letti l’addobbo del novenario con fronde di alloro, la forma del perimetro del novenario, la dimensione delle case, la veste bianca de is curridoris scalzi, anticamente di lino, e la stessa scalzitudine. Is curridoris scalzi e vestiti di bianco in stato di santità e purezza sono simili ai Leviti-Qehatiti scelti da Dio quali portatori dell’Arca e suoi ministri per sempre e ai giovani di nobili sentimenti che si offrono al Re-Messia nel giorno dell’Intronizzazione. Per questo fino agli anni Cinquanta del secolo scorso l’invocazione tipica de is curridoris era “Haúhaú!”, un urlo di Hallel, al contempo di gioia, guerra e preghiera».
Analogie sorprendenti si riscontrano anche con il rito della processione con l’Arca dell’alleanza, affermatosi ai tempi di Re Davide: «All’alba del settimo giorno della Festa delle capanne, Re Davide fece trasportare da dodici leviti scalzi e vestiti con bianche tuniche di lino l’Arca dell’Alleanza da Qiriat Iearím, località situata dieci chilometri a ovest di Gerusalemme, dove si era svolta la disastrosa battaglia di Eben Ezer, nella quale i filistei sottrassero l’arca agli ebrei per restituirla solo dopo sette mesi, alla città, con una festosa processione volta a richiamare la marcia di Israele nel deserto e a esorcizzare la celebre disfatta. L’arca fu posta in una stanza esterna del tempio e iniziarono i festeggiamenti. Il giorno seguente, dopo una nuova processione attorno alle mura della città, l’arca venne portata nel Santo dei Santi, la stanza più intima del tempio. Il rito ricorda molto la traslazione e ritraslazione del simulacro del Salvatore».
