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Roberto Giacobbo: «I misteri dell’isola: Shardana, nuraghi e… porcetto»

di Andrea Massidda
Roberto Giacobbo: «I misteri dell’isola: Shardana, nuraghi e… porcetto»

Il conduttore di “Freedom” racconta il suo grande legame con la Sardegna. Dai Giganti di Mont’e Prama al fascino dei paesaggi sino alle antiche leggende

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C’è chi racconta gli enigmi del mondo con piglio accademico, e chi invece ce li narra in tivù come avventure al limite del credibile, trasformando le piramidi in un thriller e i nuraghi in un giallo archeologico. Roberto Giacobbo appartiene decisamente alla seconda categoria. Da anni porta gli italiani “oltre il confine della conoscenza” spaziando tra leggende metropolitane e scoperte scientifiche, e sempre con quella suspense esasperata che ha fatto la fortuna delle imitazioni di Crozza. Conduttore, autore televisivo, scrittore e instancabile cacciatore di misteri, ha guidato programmi di culto come "Stargate", "Voyager" e "Freedom" trasformandosi in una sorta di Indiana Jones della divulgazione televisiva. Così, ora che si appresta a tornare in Sardegna, viene spontaneo iniziare questa chiacchierata con una domanda semiseria.

Roberto Giacobbo, sta venendo nell’isola per cercare Atlantide o per mangiare il porcetto?

«Per nessuno di questi due motivi, anche se il porcetto mi fa molto gola. In realtà sabato prossimo sarò a Porto Rotondo per la serata del Premio Navicella. E comunque io in Sardegna ho il mio buen retiro a Carloforte, dove sono anche co-titolare di una storica osteria».

Che cosa la affascina di quest’isola, tanto da tornarci così spesso anche nelle sue inchieste?

«Guardi, l’isola ha tanti motivi di fascino. Mi affascina il territorio, mi affascina la gente, mi affascina la sua storia. Tutto questo insieme crea un sentimento profondo».

In tanti anni di divulgazione, quali aspetti della civiltà nuragica l’hanno colpita di più?

«La grande preparazione di questa civiltà, l’attenzione nei confronti dell’uomo e della natura, la conoscenza straordinaria che dobbiamo ancora scoprire. È qualcosa di sontuoso, di importante, e vorrei che venisse compreso fino in fondo da tutti. Perché siamo di fronte a una civiltà di giganti, non solo per le dimensioni fisiche, ma sicuramente per la loro portata culturale. Eppure, se n’è parlato troppo poco rispetto alla sua reale importanza».

I Giganti di Mont’e Prama hanno acceso la curiosità di molti. Perché secondo lei sono ancora sottovalutati a livello internazionale?

«Come sempre le scoperte hanno bisogno di tempo. Credo che con il passare degli anni verranno sempre più valorizzati per la loro importanza, anche grazie ad altre scoperte che li contestualizzeranno. Una civiltà non si racconta con un solo oggetto o un solo sito, ma con un patrimonio complesso che pian piano si ricompone. Dobbiamo essere bravi, noi italiani e i sardi in particolare, a valorizzare questo tesoro. Le buone notizie non si diffondono da sole: bisogna lavorarci molto».

Che cosa resta ancora da scoprire?

«Tantissimo. Per fortuna la tecnologia e la scienza ci aiutano: strumenti sempre più precisi ci permettono di ottenere risultati notevoli senza interventi invasivi. Io confido che la ricerca ci consenta di capire meglio chi ha tagliato quelle pietre, quali fossero i progetti, quale la loro conoscenza. Dobbiamo ancora scoprire molto: ed è proprio questo il grande fascino»

C’è un luogo che le ha fatto venire i brividi, in senso positivo o magari un po’ inquietante?

«Ce ne sono diversi. Mi affascina la storia di Eleonora d’Arborea e la battaglia di Sanluri, dove una sconfitta è diventata un punto d’orgoglio: un esempio geniale. Mi ha colpito molto anche l’esperienza a Morgongiori, entrando nella montagna e scoprendo una scalinata di straordinaria bellezza, che mi ha fatto pensare a una civiltà sconosciuta precedente. Un altro luogo pazzesco è Mandas, dove esiste un sito che conserva tracce di insediamenti pre-nuragici fino ai giorni nostri: è come entrare in una biblioteca che raccoglie tutti i libri, dal primo all’ultimo, in un solo luogo. E poi Seulo, in Barbagia: lì ho visto paesaggi talmente belli da pensare che forse il paradiso sia stato ispirato a quelli. Stavo realizzando una puntata di “Freedom” quando un signore si è avvicinato con la borsa della spesa. Mi ha chiesto cosa stessi facendo, e io ho risposto: “Un servizio sui centenari”. E lui: “Allora non vi posso aiutare, perché io ne ho solo 99”. Una scena indimenticabile».

La Sardegna può aver avuto un ruolo nella storia dei Popoli del Mare o è solo leggenda?

«Le leggende nascono quasi sempre da un fondo di verità. Ci sono indizi interessanti: il rettore di un’università egiziana mi ha detto che le guardie personali di Ramses erano Shardana, e le raffigurazioni della battaglia di Qadesh mostrano soldati con elmi e spade simili a quelle dei bronzetti nuragici. È un tema affascinante».

Passando ai sardi contemporanei, che cosa le piace di loro?

«La forza del carattere. Quello sardo è un popolo rispettoso, educato, molto legato alle proprie tradizioni. Ho trovato persone autentiche, che danno il cuore. Ma attenzione: se vengono tradite, non perdonano facilmente. È un popolo vero, e per questo è un piacere condividere con loro momenti e progetti. Ho avuto decine e decine di esperienze che lo dimostrano. È un valore che merita di essere riconosciuto».

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