La Nuova Sardegna

Sanità

La promessa di Bartolazzi: «I sardi non viaggeranno più per curarsi, non chiuderemo alcun ospedale e taglieremo del 40% le liste d'attesa» – L’intervista completa

di Luigi Soriga
La promessa di Bartolazzi: «I sardi non viaggeranno più per curarsi, non chiuderemo alcun ospedale e taglieremo del 40% le liste d'attesa» – L’intervista completa

L’esponente della giunta Todde spiega il suo progetto di riforma a lungo termine

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Sassari C’è chi percorre ottanta chilometri per una visita medica. Chi aspetta un anno per una risonanza. Chi non sa più a chi bussare per un certificato. Pediatri non pervenuti, ambulatori vuoti, e il privato che diventa la ciambella di salvataggio per la salute. È in questa Sardegna, fatta di attese interminabili e strade che portano lontano dagli ospedali, che si misura la sfida di Armando Bartolazzi, assessore regionale alla Sanità. A un anno e mezzo dalla nomina, si può iniziare a misurare la distanza tra promesse e realtà.

In una delle sue prime interviste ha detto che le sarebbe piaciuto lasciare un segno come aveva fatto Rombo di Tuono in Sardegna. Il tuono però fa rumore e poi svanisce. Lei che risultato concreto pensa di lasciare?

«Se riuscirò a lavorare sono convinto che i sardi si sposteranno molto meno per essere curati. Troveranno più risposte dalla sanità senza bisogno di muoversi da una parte all’altra dell’isola, ma soprattutto non dovranno andare in altre regioni».

Fino ad ora in cosa è riuscito a incidere?

«Io sto lavorando su cambiamenti strutturali e gli effetti si vedranno a lungo termine. Per ora una persona con invalidità civile si sarà resa conto che i tempi di attesa delle commissioni si sono ridotti mediamente del 25%. A Nuoro del 48% e a Oristano si sono più che dimezzati. E anche le procedure per l’Adi sono molto più semplificate».

Ben più complesso il discorso delle liste d’attesa. Per una risonanza si aspetta anche un anno, per una visita mesi.

«Stiamo lavorando su più fronti. Il primo passo è stata la digitalizzazione completa del Cup. Nel sistema dovranno entrare anche tutte le agende dei privati accreditati. Inoltre funzionerà la disdetta degli appuntamenti via sms, in modo da arginare le 100mila prestazioni perse ogni anno. Infine verranno scorporate dal sistema Cup una serie di patologie: mi riferisco ad esempio al follow up oncologico, o alcune malattie croniche come il diabete. In questi casi saranno gli specialisti o il reparto ospedaliero a farsi carico del paziente e delle sue visite programmate. Con questi interventi sono sicuro che si potranno abbattere le liste di attesa anche del 40 per cento».

Nella sua idea di riforma si parla di riorganizzazione dei presìdi e del territorio. Lei sa che i sardi difenderanno col coltello tra i denti sopravvivenza di ogni singolo reparto? Le barricate sui punti nascita insegnano.

«Prima precisazione: nessun ospedale chiuso. Quello che io voglio è definire e ottimizzare le missioni specialistiche degli ospedali. Il principio è semplice: non tutti possono fare tutto, altrimenti si crea inutile ridondanza di prestazioni. Mi spiego: avere due ortopedie a distanza di pochi chilometri, con la penuria di personale nell’isola, non serve a nulla. Appesantisce il sistema. Il trucco è non chiudere, ma mettere i servizi in rete. Usare il modello dell’Hub and Spoke, con le cure più complesse nei centri principali, e quelle più semplici nelle strutture minori, che smistano i pazienti. La sanità non può funzionare se disperde le risorse su tutto il territorio, con una coperta corta di personale e strumenti. Accade che un reparto, se un solo medico va in ferie, rischia di bloccarsi. Il Sulcis è un esempio virtuoso: fino a 3 mesi l’attività chirurgica era ridotta a zero, adesso con la collaborazione con Cagliari l’Ortopedia ha già effettuato 140 interventi».

Invece Neurochirurgia a Sassari? Continuerà a gestire le urgenze?

«Il problema è già risolto e le emergenze saranno garantite h24. Sassari e Cagliari saranno il riferimento, mentre Nuoro funzionerà da buffer, da supporto».

Il territorio è un tasto dolente. Le zone interne sono sguarnite. Lei ha mai pensato come sarebbe difficile la sua vita se abitasse in un paesino sperduto dell’entroterra sardo?

«Ci penso eccome perché ho parenti centenari che vivono in paesi di poche anime dell’Abruzzo. La carenza di medici di base è un problema nazionale, non solo sardo. La soluzione per ora è l’attivazione delle Aft (aggregazioni funzionali territoriali). Il progetto è finanziato, c’è l’accordo con i medici, e le condizioni contrattuali e di lavoro saranno più favorevoli. Salari raddoppiati per gli specializzandi, deburocratizzazione delle attività ridotta del 30%. Le condizioni per attrarre nuovi medici ci sono. Però voglio puntualizzare un aspetto: trovo folle che ogni sindaco abbia preteso di avere una guardia medica sotto casa. Non c’è il personale sufficiente per poterle gestire, è come avere 2 cuochi per 10 ristoranti. La cucina non funziona. Allo stesso modo 300 guardie mediche in Sardegna sono improponibili».

Anche negli ospedali il personale sanitario ha mediamente più di 55 anni, e non basta mai. Reparti e pronto soccorsi allo stremo.

«Ho chiesto alle Asl di scorrere subito le graduatorie esistenti per i medici e anche per gli infermieri. Purtroppo quest’ultima figura professionale rappresenterà una vera emergenza. Ad oggi la graduatoria esistente ammonta a 912 unità idonee ed è in grado di coprire il fabbisogno di tutte le Asl».

La Sardegna ha i numeri per poter erogare una buona sanità?

«Quando mi sono insediato mi ha stupito la quantità di risorse finanziare a disposizione e le eccellenze mediche sparse e diluite nel territorio. Vantiamo scuole di genetica e studi su malattie rare che noi sardi ignoriamo. Uno scenario virtuoso che viene riconosciuto più dal mondo che dai sardi. Potenziare la ricerca significherebbe attrarre giovani medici e finanziamenti a livello europeo».

L’accentramento di Ares viene percepita dai direttori Asl come una zavorra burocratica. Intende riformarla?

«Per ora Ares serve. Rappresenta un sistema tampone che supplisce alle carenze organizzative delle Asl. Mi riferisco soprattutto alla gestione degli appalti, dove spesso mancano competenze e servizi. Ares è una utile centrale di committenza».

La presidente Todde l’ha scelta per un incarico complicatissimo. Che margine di autonomia ha nelle sue scelte? Il Pd fa pressing sulla sanità, la sua poltrona è stata mai in discussione?

«Sono stato scelto perché vengo da fuori e la mia visione è super partes. Porto un approccio tecnico che viene dalla esperienza di medico. La presidente Todde ha sempre ascoltato le mie proposte. La successiva valutazione da parte del Campo Largo fa parte della naturale dinamica politica. Finora i partiti non hanno mai interferito sulle scelte tecniche, e se questo succedesse io non sono attaccato alle poltrone. Ne ho tante sulle quali potrei sedermi. Ho rinunciato anche a quella di Harward. Io sono attaccato ai progetti, e finché posso portarli avanti, io lo faccio».

Qual è stata la sua esperienza più difficile da oncologo, e quanto influisce oggi nelle sue decisioni tecniche e politiche? C’è un ricordo personale, un paziente che ancora oggi guida le sue scelte?

«La cosa più difficile in un reparto di oncologia è il contatto quotidiano con la morte. Capisci quanto sia importante la velocità della diagnosi per salvare una vita, e quanto i ritardi siano inaccettabili. Questa consapevolezza incide profondamente sulle mie scelte. Io resto convinto che in Sardegna si possa fare una buona sanità: esistono risorse e competenze che se messe in rete possono davvero fare la differenza»

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