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Piero Marras: «Non siamo un popolo di vinti, il sogno rimane l’autonomia»

di Francesco Zizi
Piero Marras: «Non siamo un popolo di vinti, il sogno rimane l’autonomia»

Il cantautore si racconta: dai primi brani in italiano fino alla politica. «Iniziai a cantare in sardo per ripicca, i governi non volevano che si usasse»

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Ci sono voci che non appartengono soltanto a un’epoca ma diventano patrimonio di un popolo. Piero Marras è una di queste. Nato nel 1949 a Nuoro, cresciuto tra pianoforti e chitarre imparate per istinto, ha attraversato la musica italiana come autore e interprete capace di unire le sue radici con il respiro e la freschezza della modernità. Dai primi gruppi giovanili fino all’esordio con la Emi, dalla notorietà nazionale fino alla scelta della lingua sarda. Con l’album “Abbardente” Marras ha sdoganato una lingua ostracizzata dai governi centrali in uno strumento musicalmente universale. Le sue canzoni hanno raccontato sogni, contraddizioni e aspirazioni dell’isola, fino a diventare per molti un punto di riferimento, un “maestro” riconosciuto, anche se lui preferisce immaginarsi come un compagno di viaggio.

Marras, partiamo dal principio: qual è stato il suo primo approccio con la musica?

«Dobbiamo andare molto lontano. In casa c’era un pianoforte verticale: quello che mi incuriosiva di più erano i tasti bianchi e neri, se vogliamo una metafora di realtà diverse che convivono. All’inizio fu un approccio scolastico, mia madre cercò di farmi studiare ma io non ne volevo sapere. Quando decise di farmi smettere paradossalmente tornai spontaneamente al piano e imparai a suonarlo da autodidatta. E poi attraverso il piano imparai a suonare la chitarra».

E poi da lì arrivarono i primi gruppi?

«Sì, a Nuoro, ci si incontrava e si suonava insieme, nonostante non ci fosse molto in giro. Formammo il primo gruppo che si chiamava “I granchi”, poi due anni dopo, mio padre che era statale, venne trasferito a Cagliari. Lì vidi differenze sostanziali nella scena musicale, si usavano apparecchiature all’avanguardia, era il 1968. Poi qualche anno dopo con il “Gruppo 2001” arrivammo persino sulla Rai. La vera svolta arrivò dopo un paio d’anni e mandai dei provini alla Emi che mi propose un contratto: registrai a Roma il mio primo album, Fuori campo».

Negli anni ’80 ci fu l’ennesima svolta con le sue prime canzoni in sardo.

«In quegli anni ci fu una crisi, nessuno scriveva più canzoni, erano anni particolari per la musica. Io decisi di prendere la strada del sardo quasi per vendetta, perché i governi centrali proibivano di usarlo, era quasi ostracizzato. Iniziai a studiare la lingua e registrai l’album Abbardente. La lingua funzionava benissimo con la musica, e dopo di me molti iniziarono a cantare in sardo. Nella mia idea la musica non doveva solo arrivare in Sardegna, ma doveva partire».

Che differenza vede tra la musica di ieri e quella di oggi?

«Seguo i ragazzi ma non riesco a comprenderli del tutto. Trovo la musica di oggi molto facile, manca anche educazione musicale da parte del pubblico. Noi venivamo dai Beatles e dai Rolling Stones, c’era un substrato culturale. Oggi basta che il ragazzo sia belloccio, ma manca la poesia. Una volta si aveva un rapporto fisico con la musica, compravi i cd o i vinili, oggi manca quella fase».

E invece della situazione musicale in Sardegna che pensa?

«Siamo un popolo strano: spesso ci si limita a esportare la Sardegna come un museo, con le launeddas e i tenores, che restano fondamentali e da lì bisogna ripartire. Però non basta. Oggi con gli strumenti moderni si possono creare texture nuove che possono riprodurre i suoni atavici dell’isola in chiave moderna. Il mio sogno è che la Sardegna diventi come Cuba, dove tutti suonano e quando vai via hai la musica nelle orecchie».

Un momento particolare della sua carriera è la canzone dedicata a Gigi Riva.

«La scrissi nel 1982 cercando una figura di guida ideale che ci potesse portare verso un futuro migliore. L’intuizione nacque per caso: prima la cercavo nella cultura, poi in Riva trovai l’onestà intellettuale tipica dei sardi. La canzone nacque così, e con un pizzico di sarcasmo nel testo. Non mi aspettavo che venisse messa al suo funerale. Claudio Ranieri mi disse che durante le esequie quando partì la canzone uscì fuori il sole, un segno ancestrale quasi. All’epoca non fu capita subito, ma Riva era davvero un uragano».

Lei è stato anche in politica, il sogno autonomista è ancora vivo?

«Il sogno autonomista c’è sempre, non si spegne, ma sto in qualche modo rivalutando il concetto di democrazia: c’è troppa gente che continua ad andare a votare senza responsabilità, spinti dalla moda del momento. Così la democrazia si svuota. Io ho fatto una legislatura come consigliere regionale, e sono primo firmatario della legge per istituire Sa die de sa Sardigna. Quella proposta fu votata da tutti. Non siamo solo un popolo di vinti, dobbiamo aggrapparci a questo per rilanciare quel sogno».

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