La Nuova Sardegna

Politica regionale

L’ex governatore Solinas attacca i suoi e apre al centrosinistra: «Sì al Pd, M5s deve cambiare» – L’intervista

di Giuseppe Centore
L’ex governatore Solinas attacca i suoi e apre al centrosinistra: «Sì al Pd, M5s deve cambiare» – L’intervista

Il segretario Psd’Az pronto a convocare il congresso: «I miei avversari interni sono perdenti, io ho riportato i Quattro mori in Parlamento»

6 MINUTI DI LETTURA





Cagliari Il Partito Sardo d’Azione andrà a congresso straordinario al più tardi entro l’autunno. Il suo segretario Christian Solinas, chiederà agli iscritti di aprire un confronto con alcuni partiti del Campo Largo (Pd e civici) e del centrodestra Riformatori e Sardegna al Centro20Venti), chiudendo però la porta al M5S. «Ci rivolgeremo alle forze politiche democratiche, liberali e riformiste, per definire la piattaforma programmatica di una coalizione il cui lievito potrebbe essere proprio il sardismo, depurato dalle contraddizioni e dai conflitti del recente passato e rigenerato nelle proprie radici». Questa coalizione non sarà il Campo Largo, e non conterrà il Movimento 5 Stelle, «a meno che non trasformi radicalmente la sua natura. Fino a che resta una forza di protesta organizzata, è difficile dialogare con loro, anche se come sardisti ci possiamo permettere il coraggio di dire cose che sono pensate da molte forze politiche». In questa intervista Solinas traccia il perimetro politico del suo partito, bacchetta i suoi compagni di partito, «il fatto che io abbia sempre dato alla minoranza interna candidature e incarichi dentro e fuori dal partito molto aldilà della loro effettiva rappresentanza politica certifica solo il mio essere autenticamente e profondamente democratico», fa un cenno alla sua passata esperienza di presidente della Regione, e annuncia di non aver alcuna intenzione di riscendere nell’agone politico in prima persona.

I congressi provinciali, anche con polemiche, vedi Sassari, si sono chiusi da poco. Perchè propone di indire un congresso straordinario?

«Nei prossimi giorni convocherò una segreteria per avviare le procedure per un congresso straordinario, che come da statuto può essere convocato dalla maggioranza del consiglio nazionale, dalle federazioni o dalle sezioni. Entro ottobre lo faremo».

Il precedente congresso, quello di Arborea, aveva ufficializzato la politica delle “mani libere”, provocando abbandoni di iscritti e l’addio di dirigenti e consiglieri regionali. Perchè ritiene necessaria una nuova assise?

«È cambiato il contesto e quindi è necessario fare una valutazione più appropriata e adeguata ai tempi. Nella nostra lunga storia abbiamo sempre fatto accordi programmatici mai alleanze. Adesso dobbiamo capire cosa vogliamo fare e con chi. Noi abbiamo avviato un percorso di rigenerazione del partito che ci ha portato a fare delle scelte anche dolorose. Il tema oggi non è avere un consigliere in più o un consigliere in meno, ma avere una classe dirigente che rimane sardista che si vinca o che si perda».

Quale proposta politica porterà al Congresso? Dalle “mani libere” al centro-sinistra o direttamente al Campo Largo? «Ridurre una proposta politica a una collocazione nella scacchiera dell’offerta politica è un errore che non commetteremo. Porterò come proposta congressuale, quella di un dialogo con le forze democratiche, liberali e riformiste che non coincidono perfettamente con nessuno dei due schieramenti attuali. Guardo al Pd, ma anche ai riformatori o ad alcuni interessanti esperimenti civici. Non penso invece che i 5 Stelle possano far parte di questo progetto, per ragioni evidenti. Loro sono un movimento di protesta estraneo alla cultura della Sardegna».

Per proporre che cosa? «Un orizzonte, un metodo e un programma. L’orizzonte è quello di due legislature. Oggi viviamo in una quasi scontata alternanza di schieramenti, che sono stabili, merito dell’elezione diretta del presidente, ma che non hanno respiro perché non si pongono obiettivi ambiziosi, se non quello di vincere le elezioni. Il metodo è quello di individuare insieme cinque temi dirimenti, di riforme vere, dando come arco temporale i dieci anni. Il programma tradurrà i temi in progetti dettagliati. Li indico per punti: sanità, spopolamento, trasporti, riforma della Regione, nuovo modello di sviluppo, investimenti sul nostro patrimonio materiale e immateriale. Un programma per la Sardegna del futuro, con un po’ di lievito sardista ».

Pensa di poter veramente sparigliare gli assetti degli attuali due schieramenti? E pensa di poter essere seguito da tutti i sardisti?

«Da tutti i sardisti no. Chi lo deciderà il congresso. Quella sarà la sede dove confrontarsi e democraticamente dimostrare chi ha i numeri. Così si porrà fine anche al disordine organizzato di chi continua a dichiarare e presenziare senza alcun titolo e legittimazione in nome e per conto del Psd’Az, disorientando non solo i sardisti ma tutti gli interlocutori politici. A chi mi dipinge come apprendista stregone, ma io non voglio essere candidato a nulla, ricordo che i regolamenti congressuali sono stati fatti trent’anni fa quando segretario era Giacomo Sanna e con lui in maggioranza c’erano Antonio Moro e quelli che oggi si stracciano le vesti per quello che queste norme prevedono. Li hanno sempre applicati così, ci hanno vinto i congressi e governato il Partito per decenni: addebitarne oggi a me i cavilli, soltanto perché non si hanno più i numeri per vincere sul campo, è una narrazione puerile e fuorviante. In politica contano prima le idee, la passione, l’impegno ma alla fine ci vogliono i voti. Diversamente si sconfina nel velleitarismo. I numeri sono testardi e misurano la qualità o meno della nostra azione. Chi oggi dall’interno e da fuori mi critica, quando ha avuto incarichi di partito ha raggiunto consensi sul 4% su base regionale. La mia segreteria ha riportato il Psd’Az in Parlamento dopo quattro lustri di assenza e alla guida della Regione dopo oltre trent’anni. Ha ottenuto nelle elezioni regionali che ho gestito le due migliori percentuali di consensi dopo la stagione del vento sardista. Questi sono i numeri, a chiacchiere si può raccontare quel che si vuole. Il mio solo obiettivo è riportare il Partito sardo d'azione al ruolo propulsivo che merita nel dibattito politico e culturale sui temi della Sardegna».

A proposito di numeri, quanti sono gli iscritti sardisti?

«Noi ci distinguiamo dai partiti tradizionali anche su questo. I nostri iscritti, per evitare il potere dei signori delle tessere, contano in base ai voti raggiunti alle elezioni dalla loro sezione. Gli iscritti tradizionali sono variati dai 4mila ai duemila. Le sezioni rappresentano la capacità degli iscritti di produrre consenso, altro che signori delle tessere, come qualcuno ci ha dipinto. Dopo Pasqua la segreteria certificherà le iscrizioni. Non mi sorprenderei se alcune non venissero accettate. A chi sogna un partito dove ci sono più tessere che voti dico: accomodatevi fuori».

Lei ha guidato la Regione per cinque anni. Cosa si rimprovera di quella esperienza?

«Una presa d’atto. Ho fatto, oppure ho cercato di fare, la torta con gli ingredienti che avevo. In certi momenti mi sentivo il notaio di una coalizione fondata sui partiti che avevano in larga parte esaurito la capacità di produrre classe dirigente e che avevano, o direi hanno, come unico obiettivo il loro riprodursi. La riforma da me voluta, emendandola dalle baggianate sui superstaff e quant’altro, voleva adeguare il governo della Regione a quelle delle amministrazioni di tutte le altre regioni o ai ministeri, dove c’è una coerente e funzionale organizzazione che mette in pratica gli indirizzi di programma. Sino a ieri eravamo ancora a una Regione dove i partiti si annullavano a vicenda su ogni tema, dividendo lo stesso dossier in più assessorati. Ho cercato di portare ordine, lasciando più margine di quanto si creda, e risolvendo problemi che singoli assessori avevano creato. Forse in questo potevo essere meno generoso».

Primo Piano
Il dramma

Tragedia negli Usa, emigrato del Sassarese travolto e ucciso durante un giro in bicicletta: ecco chi è

di Daniela Deriu
Le nostre iniziative