Strage di Crans-Montana, foto e video cancellati dai social subito dopo il rogo
Accusati di omicidio, lesioni e incendio colposi, vengono sentiti per la prima volta da indagati
Milano I video e le immagini del locale cancellati mentre l’incendio era ancora in corso sono uno dei nodi più delicati dell’inchiesta sul rogo della notte di Capodanno. Un aspetto che pesa oggi sul primo interrogatorio da indagati dei coniugi Jacques e Jessica Moretti, ascoltati a Sion dagli inquirenti svizzeri nell’ambito del procedimento che li vede accusati di omicidio colposo, lesioni colpose e incendio colposo. In precedenza, nonostante il bilancio di 40 morti e 116 feriti, erano stati sentiti soltanto come testimoni, poche ore dopo la tragedia.
Il cambio di passo dell’indagine arriva dopo settimane di polemiche sulla sua conduzione e sulle cautele adottate dalla procuratrice generale del cantone Vallese, Béatrice Pilloud. Fin dall’inizio era apparso evidente come nel locale mancassero sistemi antincendio adeguati e non fossero rispettate le più elementari misure di sicurezza, carenze che avrebbero potuto salvare la vita a decine di giovani, in gran parte adolescenti. Eppure la formale iscrizione dei titolari nel registro degli indagati è avvenuta solo dopo un’ondata di critiche rivolte alla Procura, comprese quelle per la mancata adozione di misure restrittive della libertà personale, come riporta il Corriere della Sera.
Le contestazioni più dure sono arrivate dagli avvocati delle famiglie delle vittime e da diversi giuristi. «In Italia sarebbero arrestati», ha affermato senza mezzi termini l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado. Pilloud ha replicato sostenendo l’assenza di esigenze cautelari, una posizione che ha continuato a sollevare perplessità: secondo i critici, i Moretti avrebbero potuto lasciare il Paese, avvicinare testimoni o far sparire documentazione rilevante. Inoltre gestiscono altri locali nel Vallese, uno dei quali è stato chiuso immediatamente dal Comune.
Da alcuni giorni una pattuglia della polizia staziona davanti alla loro abitazione, una presenza che appare più orientata a contenerne l’esposizione mediatica che a esercitare un controllo giudiziario. Resta centrale anche l’ipotesi di «distruzione di prove» sollevata da uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan, secondo il quale, mentre le fiamme divampate intorno all’1.30 devastavano Le Constellation, tra le 3 e le 6 del mattino qualcuno avrebbe provveduto a bloccare il sito web e gli account Facebook e Instagram del locale, che contenevano foto e video utili a documentare le carenze in materia di sicurezza. Non è stato disposto neppure il sequestro dei beni, nonostante i probabili risarcimenti milionari.
I dubbi investono anche il rapporto tra magistratura e amministrazione comunale. La Procura ha acquisito un dossier consegnato dal Comune, responsabile dei controlli nei locali aperti al pubblico, dal quale emerge che dal 2020 non sarebbero mai state effettuate verifiche a Le Constellation. Una scelta che ha sollevato interrogativi, visto che non è stata la polizia a perquisire gli uffici e a sequestrare la documentazione, nonostante l’amministrazione — il cui sindaco Nicolas Féraud non si è dimesso — rischi a sua volta di finire sotto inchiesta.
Infine, sotto osservazione c’è anche l’organizzazione del lavoro in Procura. Pilloud, in carica da due anni dopo una lunga attività come avvocata a Sion, è finita nel mirino per aver affidato un fascicolo di estrema complessità a quattro procuratori, occupandosi in prima persona soprattutto dei rapporti con i media, anziché della direzione diretta dell’indagine.
