Ciriaco Goddi, l'uomo che fotografa i buchi neri e combatte i terrapiattisti
I successi e i progetti di ricerca dell’astrofisico di Orune: «Pensavo di entrare in seminario, poi ho letto un libro di Stephen Hawking»
Ha stupito il mondo con una “foto” che ha immortalato qualcosa che prima esisteva solo in teoria. L’immagine del buco nero Messier 87, per gli amici M87, è stata definita niente meno che “la foto del secolo”. E in effetti, prima del 10 aprile del 2019, non esistevano prove fotografiche dell’esistenza dei buchi neri e l’idea di ritrarre qualcosa che fosse distante 55 milioni di anni luce era davvero complicata. Un ruolo fondamentale nel team che è riuscito nell’impresa è stato ricoperto dall’astrofisico Ciriaco Goddi che è partito da Orune, il suo paese, per andare alla scoperta dei segreti dell’universo.
Goddi, lei è spesso in viaggio per il mondo. Dove si trova adesso?
«A Cagliari, in questi giorni sono impegnato con un corso all’università. E poi cerco sempre di stare vicino alla famiglia nei periodi di festa. La prossima settimana però riparto e starò in Spagna per qualche tempo».
Quindi era impegnato con gli scienziati del futuro. Lei quando ha deciso di fare l’astrofisico?
«Non è stata un scelta precoce. Sono cresciuto a Orune, figlio di autotrasportatore e di una casalinga. Da piccolo volevo fare il camionista, come mio padre, o l’ingegnere, come mio zio. Per un periodo ho pesato di fare il sacerdote, ero un chierichetto molto devoto. Entrare in seminario era un’idea concreta».
E invece...
«E invece, avrò avuto 16 anni, nella biblioteca del liceo scientifico di Bitti, dove studiavo, ho trovato due libri: “Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo” di Stephen Hawing e “I primi tre minuti” di Steven Weinberg. Li ho letti, mi hanno sconvolto ed è cambiato tutto».
Sono letture che consiglia?
«Quello di Hawking a tutti, lo può apprezzare anche un adolescente. L’altro è un po’ più complicato. All’epoca ne avrò capito il 20%».
È per comprendere anche l’altro 80% che ha fatto l’astrofisico?
«Mah, forse (ride, ndr)».
Ecco, come spiegherebbe l’importanza dell’astrofisica a chi non è proprio uno scienziato?
«Non è facile, ci provo: l’astrofisica è l’esplorazione del mondo celeste. Chi la studia cerca di capire come si formano e si evolvono i corpi celesti e quali leggi fisiche ne governano il comportamento. È importante perché si aumenta la conoscenza dell’universo e si comprende meglio il nostro posto al suo interno. Cerchiamo di rispondere alle domande più grandi: qual è l’origine dell’universo? Come si è formato? Traslandole viene fuori qualcosa di atavico: chi siamo? Da dove veniamo?».
Sono quesiti antichi...
«Almeno quanto l’Uomo. I babilonesi, più di 3mila anni fa, cercavano queste risposte seguendo il moto dei pianeti o le fasi lunari».
Da allora abbiamo fatto tanta strada. Cosa si prova a fotografare un buco nero?
«L’immagine di M87 è storica, si può considerare una pietra miliare dell’astrofisica e della scienza moderna non solo per il suo valore scientifico. È stata un’impresa straordinaria anche dal punto di vista umano con centinaia di scienziati di tutto il mondo che hanno lavorato per raggiungere lo stesso obiettivo».
Quanto è stato difficile?
«Estremamente. Faccio un esempio: è stato come osservare una ciambella posata sul suolo lunare».
Perché è così importante?
«È la prima prova concreta dell’esistenza dei buchi neri, corpi celesti fondamentali perché sono laboratori naturali per testare la teoria della relatività generale di Einstein. E la gravità governa l’intero universo».
Se poi dovesse venire fuori qualcosa di nuovo...
«Se un giorno dovessimo osservare piccole deviazioni rispetto a quello che dice Einstein, si aprirebbe la porta a una nuova fisica. È già successo con Newton, la sua teoria non spiegava tutto, infatti poi è arrivato proprio Einstein».
Cambiamo discorso. Conosce Rajesh Koothrappali?
«L’astrofisico indiano di The Big Bang Theory? Direi, ho visto tutte le stagioni della serie tv almeno 3 volte».
Quindi può dirci cosa pensa delle nuove frontiere della divulgazione. Sitcom e film come Interstellar possono essere fonte d’ispirazione?
«Assolutamente. Può esserlo anche Big Bang Theory. Interstellar, poi, oltre ad essere avvincente è fatto bene anche dal punto di vista scientifico. Io mi sono innamorato della scienza leggendo un libro, un ragazzo può farlo con un film come quello di Nolan, che si avvalso della collaborazione di Kip Thorne, eccellente fisico teorico e premio Nobel nel 2017».
Il cinema è anche immaginazione. Qual è il suo sogno?
«È legato ai miei progetti. Spero di migliorare la qualità e la fedeltà delle immagini dei buchi neri in modo da rendere prove e test più rigorosi. Lo possiamo fare aggiungendo telescopi nelle terra e sto lavorano proprio a questo perché sono il coordinatore scientifico di nuovo radiotelescopio in costruzione sulle Ande argentine, a più 4mila metri d’altitudine. Ora però siamo fermi perché il presidente Milei, quello con la motosega, ha congelato i fondi. Spero di riuscire a sbloccare la situazione».
E il prossimo passo dell’astrofisica in generale?
«Abbiamo fatto una foto a un buco nero, speriamo di riuscire a fare un video. E poi, tra 10 o 20 anni, magari riusciremo a portare i radiotelescopi in orbita e allungare ancora lo sguardo».
A proposito di orbita, c’è chi è convinto che la terra sia piatta. Riesce a crederci?
«Tocca un tasto dolente. Sembra impossibile nel 2026, invece è così. Credo che sia compito di noi scienziati contrastare questi personaggi agendo sul loro campo e portando sulla Rete e sui social la divulgazione scientifica, rendendola comprensibile a tutti. Io ci provo con i reel su instagram ma forse dovrei farne molti di più»
E potrebbe non bastare?
«Si, molti credono che il terrapiattismo sia un movimento recente. Purtroppo non è così, se ne parlava già nel 1800 e c’era pure un libro con 100 prove che dimostravano come la terra fosse piatta. E, lo ammetto, alcune erano formidabili. Purtroppo però alcuni sprovveduti ci hanno creduto e, con il megafono del web e dei social, queste stupidaggini si sono diffuse».
Ritornando alle cose serie, cosa pensa dell’Einstein telescope?
«Scientificamente è un progetto straordinario, rivoluzionario, e potrebbe aiutare anche le nostre ricerche perché combinando i dati avremmo davvero un quadro dettagliato per testare le teorie gravitazionali»
Riducendo il campo alla Sardegna?
«Un’occasione straordinaria, irripetibile, in grado di cambiare profondamente il tessuto economico della nostra regione. Un progetto come quello dell’Et, oltre alle ricadute già valutate dagli economisti, porterebbe in dote le scuole di formazione che graviterebbero intorno all’Et. Lo dico in modo che sia comprensibile: chi studia queste materie è costretto a fare i bagagli e andare altrove per specializzarsi. Con l’Et la Sardegna diventerebbe un polo di attrazione mondiale. I corsi di specializzazione sarebbero qua, da noi».

