La Nuova Sardegna

L’analisi

Stefano Rossi: «Non conoscono le proprie emozioni, ecco perché i giovani scelgono la violenza»

di Luigi Soriga
Stefano Rossi: «Non conoscono le proprie emozioni, ecco perché i giovani scelgono la violenza»

Lo psicopedagogista e scrittore italiano spiega l’aumento delle aggressioni tra gli adolescenti

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Sassari Negli ultimi anni la violenza giovanile ha assunto forme sempre più crude: pestaggi, risse filmate, coltelli in tasca, esplosioni improvvise di rabbia. Ma cosa c’è davvero all’origine di questi comportamenti? Ne parliamo con Stefano Rossi, uno dei più noti psicopedagogisti italiani, autore di saggi di grande successo come “Genitori in ansia”.

Partiamo dalla radice: da dove nasce davvero la violenza giovanile?

«La radice della violenza, oggi, è l’analfabetismo emotivo. Cioè il fatto che un numero crescente di adolescenti non sappia dare un nome a quello che prova. Quando il cuore è pieno di sassi e questi sassi sono senza nome, il disagio diventa ingestibile. I ragazzi stanno male, ma non sanno dirti perché. Sentono un peso dentro, una tensione continua, ma non hanno le parole per raccontarla».

Che succede se le emozioni restano senza parole?

«Succede che diventano azioni. I maschi di fronte a questo groviglio emotivo tendono più spesso a scagliare quei sassi contro il mondo: antisocialità, vandalismo, violenza, comportamenti oppositivi a scuola. Le ragazze, per una serie di ragioni anche culturali, tendono invece a scagliare quei sassi contro se stesse: autolesionismo, anoressia, automortificazione. La forma cambia, ma la radice è la stessa: l’incapacità di nominare ciò che si prova».

Spesso la risposta è più controllo, più repressione.

«Sì, ma è una risposta miope. Il metal detector presuppone che le armi siano nelle tasche dei ragazzi. In realtà le vere armi sono nel cuore. Quei sassi sono nel cuore. L’unica prevenzione autentica è l’educazione emotiva: insegnare ai ragazzi a trasformare i sassi in parole. Perché il nostro cervello emotivo funziona così: nominare è essenziale per regolare. Se io so dire sono arrabbiato, sono triste, ho paura, mi sento solo, non arrivo alla sassaiola. Riesco a vedere le mie emozioni, invece di essere le mie emozioni. Dobbiamo insegnare il vocabolario delle emozioni. Perché quando il cuore impara a parlare, la violenza perde la voce».

Chi è, davvero, il bullo?

«Il bullo, per antonomasia, è qualcuno che pensa di non valere. È qualcuno che vede la luce nell’altro e quella luce lo mette davanti a un pensiero insopportabile: “io non ho luce”. Da qui nasce l’invidia, che è una passione potentissima. E l’invidia porta a un solo gesto possibile: spegnere la luce dell’altro. Per questo dico che la nostra è anche una società dell’invidia, del bullismo, della violenza».

Quanto pesa il contesto culturale in tutto questo?

«Pesa molto. Io invito sempre a non guardare solo agli adolescenti, ma al mondo che noi stiamo proponendo loro. Noi viviamo in una società bullistica, dove il principio è: se sei brutale, vai virale. Questo vale per i social, dove sempre più aggressioni vengono filmate, ma vale anche per una certa musica adolescenziale, penso a molti testi trap, dove la violenza viene estetizzata, resa sexy, potente, desiderabile».

Questo incide davvero sulla mente dei ragazzi?

«Inevitabilmente sì. La violenza viene proposta come una scorciatoia per farsi largo nel presente e nel futuro. E tutto questo lavora dentro la mente dei ragazzi e delle ragazze, anche quando facciamo finta di non vederlo».

In questo quadro c’è anche il tema del maschile.

«Certo. Noi veniamo da una generazione di padri duri. L’effetto di rimbalzo è che oggi spesso abbiamo padri eccessivamente morbidi, inconsistenti, in alcuni casi quasi evaporati. Nel mio libro “Genitori in ansia” uso la figura di Ettore. Ettore è un padre che tiene insieme forza e tenerezza. Prima di affrontare Achille, prende in braccio suo figlio Astianatte e si toglie l’elmo per non spaventarlo.»

Cosa insegna quel gesto?

«Insegna che l’autorevolezza senza tenerezza diventa bullismo familiare. Io dico spesso ai padri: imparate da Ettore. Ritrovate il carisma, la capacità di dare limiti, ma chiedetevi anche: come posso togliere l’elmo? Come posso creare una connessione affettiva con mio figlio? Come posso farlo sentire al sicuro nel mio cuore? Padri così non crescono bulli. Crescono ragazzi e ragazze emotivamente rispettosi, consapevoli, più intelligenti».

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