La Nuova Sardegna

L’intervista

No ai boss mafiosi nelle carceri sarde, Beppe Pisanu attacca Nordio: «Decisione gravissima»

di Alessandro Pirina
No ai boss mafiosi nelle carceri sarde, Beppe Pisanu attacca Nordio: «Decisione gravissima»

L’ex ministro dice no alla piazza: «Il Consiglio regionale faccia pressing sul Parlamento»

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Sassari Tra appelli alla mobilitazione e silenzi imbarazzanti (e forse anche imbarazzati) il trasferimento dei boss in regime di 41bis nelle carceri sarde continua a dominare la politica isolana. Da una parte, il governo che, senza un coinvolgimento alcuno della Regione, ha deciso di spedire nell’isola circa 240 esponenti della criminalità organizzata, dall’altra, la Regione, che, capitanata dalla presidente Alessandra Todde, annuncia la mobilitazione contro la trasformazione della Sardegna in un’isola-carcere. Su questo tema interviene Beppe Pisanu, che dall’alto della sua esperienza e del suo curriculum - ministro dell’Interno, presidente della Commissione Antimafia - è durissimo sulla decisione del ministro Nordio, ma non ritiene che la mossa giusta per contrastarla sia l’appello alla piazza di Todde.

Senatore Pisanu, che idea si è fatto di quanto sta accadendo sulla vicenda del 41 Bis?
«Siamo di fronte a una grave e unilaterale decisione del ministero di Grazia e giustizia che deve essere riesaminata e corretta perché ferisce con un colpo solo la Sardegna, il buonsenso comune e persino i diritti dei carcerati in regime di 41 bis».

Cosa ci rimettono i carcerati?
«Guardi che anche quelli in 41bis sono esseri umani, titolari di diritti che lo Stato democratico ha il dovere di garantire. Tra questi c’è anche quello alla salute e alla affettività, come per esempio ricevere le visite dei propri familiari. Ora se si colloca il carcerato il più lontano possibile dai suoi familiari si riduce oggettivamente questo diritto e quindi nel rendere giustizia si commette ingiustizia. E allora non sarebbe più sensato che un boss di Cosa Nostra venisse carcerato in Sicilia, uno della ‘ndrangheta in Calabria, uno della camorra in Campania, e così via dicendo? E invece il ministero di Grazia e giustizia dice di no, meglio in Sardegna, in terra di confino e di espiazione, ad metalla, “a scavare piombo e zinco come nella remota e più buia antichità”».

Lei è stato ministro dell’Interno, presidente della commissione Antimafia e conosce bene il tema: ha ragione chi parla di rischi per la sicurezza del territorio?
«Ha ragione da vendere, perché concentrare in tre carceri più di un terzo dei detenuti al 41bis significa creare tre centri di contagio criminale e mafioso, capaci di infettare l’intera isola. Tenga conto che in genere si tratta di condannati a lungo termine e che i loro familiari piuttosto che sottoporsi a onerose trasferte tenderanno a crearsi punti stabili di riferimento in Sardegna. E i peggiori tra loro finiranno per dedicarsi agli affari di famiglia».

Vista la sua esperienza, ha qualche esempio del passato che può essere utile per comprendere i rischi che corre la Sardegna?
«Sì, tra i tanti le cito il caso emblematico di un boss minore della ‘ndrangheta calabrese a domicilio coatto in una città del Nord Italia. Costui dopo avere preso conoscenza dell’ambiente riuscì pian piano a chiamare intorno a sé parenti e amici incensurati e a inserirli nella realtà locale. Col passare del tempo il gruppo crebbe a tal punto da costituire in loco una ‘ndrina legata alla casa madre calabrese ma del tutto autonoma nelle sue attività criminali. Ricordo una intercettazione telefonica nella quale il capo della ‘ndrina si vantava di controllare più di 2mila voti alle elezioni comunali e di tenere sotto schiaffo sindaco e giunta».

Dobbiamo temere anche in Sardegna?
«Intendiamoci bene, già da tempo le grandi mafie sono presenti in Sardegna con i loro investimenti nel settore turistico e i loro collegamenti con la criminalità isolana nel traffico delle droghe, ma fortunatamente non ci sono insediamenti mafiosi. Tuttavia, si colgono qua e là, per esempio tra Bancali e Alghero, segnali inquietanti».

Pietro Pittalis, deputato di Forza Italia, ha presentato una proposta di legge per modificare la legge Gozzini nel comma in cui si fa riferimento alle isole: è la soluzione?
«Per la verità, c’è una identica proposta del senatore Marco Meloni del Partito democratico. E dunque ci sono le premesse politiche di una intesa tra maggioranza e opposizione su questo spinoso problema».

Il ministro Nordio, tramite il suo portavoce, ha fatto sapere che il governo ha altre priorità. Il sottosegretario Delmastro, a cui vorremmo chiedere di chiarire alcuni punti controversi di questa decisione, è irraggiungibile da due mesi. Come giudica il comportamento del governo nei confronti della Sardegna?
«L’atteggiamento elusivo del ministro Nordio e il silenzio ostinato del suo pur loquace sottosegretario dimostrano semplicemente che non hanno solidi argomenti a sostegno della loro decisione di scaricare sulla Sardegna gran parte dei criminali in 41bis».

La presidente Alessandra Todde ha invitato alla mobilitazione, il centrodestra – eccetto la voce isolata di Pittalis – ha scelto il silenzio. Cosa dovrebbe fare la classe politica sarda per fare valere la sua voce?
«Capisco e condivido l’indignazione della presidente Todde. Ma trovo quantomeno prematuro il suo appello alla mobilitazione. In effetti, allo stato attuale delle cose più che di proteste in piazza abbiamo bisogno di proposte e confronti risolutivi tra le istituzioni regionali e quelle nazionali. Proprio per questo ho apprezzato le proposte di legge di Pietro Pittalis e Marco Meloni e mi auguro che il Consiglio regionale possa riprenderle e rilanciarle in campo nazionale».

In che modo?
«Per esempio, con l’approvazione a larga maggioranza di un odg-voto al Parlamento che chieda la revisione della legge Gozzini e l’equa ridistribuzione dei carcerati in 41 bis tra le regioni di origine e il restante territorio del Paese. In questo modo il problema passerebbe dalle mani di chi lo ha creato – il ministero di Grazia e giustizia – alle mani più affidabili del Parlamento e dell’intero governo».

Se anche questa ipotesi fallisse?
«E allora non resterebbe che l’extrema ratio della resistenza civile contro il sopruso e - come direbbe Toqueville - contro la “tirannide della maggioranza” di governo».

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