La Nuova Sardegna

L’intervista

L’ex boss della camorra Gennaro Panzuto racconta il 41bis: «In carcere nascono le vere alleanze criminali»

di Francesco Zizi
L’ex boss della camorra Gennaro Panzuto racconta il 41bis: «In carcere nascono le vere alleanze criminali»

L'ex killer sul carcere duro: «Le famiglie seguono i reclusi e investono in bar e b&b»

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Sassari Mentre la politica sarda si divide sull’arrivo dei detenuti al 41-bis nelle carceri di Bancali, Uta e Badu ’e Carros, c’è chi quel regime lo ha vissuto sulla propria pelle.

È Gennaro Panzuto, 51 anni, detto “Genny ’o terremoto”. Ex killer della camorra e reggente del clan Piccirillo nel quartiere Torretta di Napoli, ha conosciuto sin da giovanissimo la violenza criminale e l’isolamento duro del 41-bis. Un’esperienza che spezza i legami e costringe a fare i conti con le proprie scelte e con i proprio fantasmi. «È come essere sotterrati vivi» racconta.

Dopo oltre vent’anni di carcere, nel 2008 decide di imboccare un’altra strada iniziando a collaborare con la giustizia e oggi torna nelle scuole per raccontare ai ragazzi cosa significa vivere da camorrista, spiegando senza paternalismo il peso del carcere e le conseguenze reali della criminalità organizzata. L’ex boss è poi molto attivo sui suoi profili social di Instagram e TikTok, dove invita i commercianti sotto ricatto dalla camorra e denunciare le estorsioni. «Le vere alleanze tra organizzazioni criminali si fanno nelle carceri» spiega. Un racconto, che riguarda la sua esperienza personale all’interno del carcere e delle organizzazioni criminali, che riporta il baricentro del dibattito sulle possibili conseguenze di un massiccio trasferimento di boss nell’isola. «Le famiglie dei detenuti si spostano in massa per seguire i propri cari» avvisa.

Panzuto, lei ha vissuto in prima persona il regime del 41-bis. Può spiegare, in concreto, cosa significa trascorrere una giornata tipo in quel regime?

«Stare al 41-bis è come essere sotterrati vivi. La giornata è scandita in modo rigido e il controllo è costante. Sono concesse due ore d’aria al giorno: una la mattina verso le nove e un’altra verso mezzogiorno o l’una, il tardo pomeriggio è dedicato alla socialità. Durante l’ora d’aria si fanno delle piccolissime passeggiate in pochissimi metri quadrati».

Lei fino a quando è rimasto sottoposto al 41-bis?

«L’ultima volta ci sono stato fino al 2008, ho scontato 21 anni. Sono praticamente un veterano del carcere, ho fatto tutti i reparti».

Ci descrive le condizioni materiali della detenzione al carcere duro?

«La cella è singola. Quando sono entrato per la prima volta nella stanza mi ricordo di aver trovato il telecomando della televisione, ma tutto il resto è ridotto al minimo. Ricordo che la televisione aveva solo sei canali e si spegneva a mezzanotte. La mattina ci davano un fornello per cucinare che veniva poi restituito la sera. Le finestre sono a bocca di lupo, quindi non hai una vera visuale, e gli spazi piccoli. Creano piccoli gruppi per la socialità, nel mio c’erano un calabrese e un siciliano. Con il proprio gruppo si sta insieme per tutte le attività: dall’ora d’aria alle docce».

Collocando detenuti di diversa provenienza geografica non si corre il rischio di alleanze?

«Guardi, le migliori alleanze e i migliori accordi si fanno sempre in carcere, non c’è dubbio. Quando vivi ventiquattro ore su ventiquattro con una persona, il legame diventa anche affettivo. Si crea fiducia, è una cosa inevitabile».

Diceva prima che ha fatto tutti i reparti, racconti un po’ la differenza.

«Sì, li ho fatti tutti: prima quelli comuni, poi l’alta sicurezza e infine il 41bis. Nei reparti comuni le stanze sono condivise anche da sette, dieci persone. Ogni cosa può far nascere una diatriba, diventa pesante. Paradossalmente, il carcere fatto da solo in una stanza è un carcere “a metà”, perché la condivisione forzata degli spazi è ancora più dura. Vivere h24 con tante persone crea tensioni continue per qualsiasi cosa».

Torniamo al carcere duro, uno degli aspetti più discussi del 41-bis riguarda i colloqui. Come funzionano?

«Un colloquio al mese, con il vetro divisorio. Sei registrato visivamente e in audio. Se hai figli minori, i primi dieci minuti o gli ultimi dieci fanno entrare tuo figlio, ma è sempre un tempo limitato. Tutto è controllato. Anche una parola può essere mal interpretata».

In che senso?

«La posta è censurata, ed era l’aspetto che più pativo. Basta una frase ritenuta ambigua e la corrispondenza viene bloccata. In quel caso la lettera deve andare prima dal giudice e ti ritorna indietro dopo quindici giorni, se va bene. È una forma di pressione continua, perché sai che ogni parola può essere fraintesa. Per questo ad una certa ho preferito i telegrammi, poche parole e battute che non potevano essere interpretate male. D’altronde il 41bis è stato creato per piegare i detenuti».

Cosa intende?

«Intendo che è un regime pensato per spezzarti psicologicamente. Non è solo privazione della libertà, è riduzione dei contatti, controllo totale, isolamento. Serve a renderti più gestibile, a farti sentire che non hai più margini e spingerti a collaborare con la giustizia».

Passando al rischio di infiltrazioni mafiose, le famiglie dei detenuti come si muovono?

«Quella delle infiltrazioni è una realtà in tutte le regioni. Ci sono detenuti che devono scontare venti o trent’anni, e le famiglie si trasferiscono nella città dove sono reclusi, questo fenomeno esiste».

Quindi esiste il rischio concreto di un radicamento.

«Dirò una cosa molto forte, io ho contezza di alcuni paesi che si sono “ripopolati” con i familiari dei detenuti al 41bis che si sono trasferiti tutti insieme e che hanno investito in attività commerciali: dai bar ai b&b. Si tratta di iniziative che sono “normali”, riconducibili alla scelta di mantenere una maggiore vicinanza al luogo di detenzione del proprio parente. Chiaramente poi gli investimenti sono fatti per cercare stabilità e avere un ritorno economico».

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