La Nuova Sardegna

Sanità

Medici a gettone, da oggi tutti via: scatta l’emergenza nell’isola

di Luigi Soriga
Medici a gettone, da oggi tutti via: scatta l’emergenza nell’isola

Scadono i contratti per chi si occupa dei codici verdi e bianchi in Pronto Soccorso. La Regione: «Li sostituiranno i colleghi con ore aggiuntive». Ma la coperta è corta

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Sassari La data è fissata e non lascia margini: alla mezzanotte di oggi scatterà lo stop imposto dalla norma nazionale ai medici a gettone impiegati nei pronto soccorso sui codici bianchi e verdi. Per quelli assegnati ai codici gialli e rossi, la scadenza è invece fissata al 30 giugno. Da quel momento in poi, la sanità sarda dovrà reggersi su un equilibrio nuovo, ancora tutto da dimostrare, soprattutto nelle aree periferiche dell’isola.

A fare il punto in commissione Sanità è stata nei giorni scorsi la presidente della Regione e assessora alla Sanità Alessandra Todde, illustrando il percorso concordato con le Asl e con Areus per accompagnare l’uscita dei gettonisti. Un iter che, nelle intenzioni della Giunta, dovrebbe garantire la continuità del servizio. Ma che, alla prova dei numeri, presenta più di un’incognita. La Regione punta innanzitutto sulla fase transitoria: i medici che oggi coprono i codici maggiori, e che resteranno in servizio fino a giugno, potranno essere impiegati anche sui codici minori, con un incremento di budget per finanziare prestazioni aggiuntive su base volontaria. A questi si dovrebbero affiancare i medici già assunti nelle Asl, chiamati a colmare i vuoti lasciati dai gettonisti in uscita.

Il problema, però, è strutturale. La platea dei medici di emergenza-urgenza è limitata, soprattutto fuori dai grandi centri. Per legge non è possibile superare le 38 ore settimanali, più 10 ore aggiuntive. Non è affatto scontato, quindi, che gli stessi professionisti possano garantire turni extra sufficienti a sostituire colleghi che, da anni, sono fondamentali per mantenere una presenza continua nei pronto soccorso, consentire ferie, riposi e coprire le notti. Il quadro più critico riguarda le strutture lontane da Cagliari e Sassari. La provincia di Oristano è la più esposta: al Delogu di Ghilarza, dove il punto di primo soccorso è retto interamente da medici a gettone dal 2020, il rischio chiusura è concreto e immediato. Se il servizio si interrompesse, i codici minori di un bacino di circa 5.600 persone ricadrebbero su Oristano, Bosa e persino su Nuoro, con distanze che superano i 50 chilometri.

E non è un caso isolato. Le stesse fragilità emergono negli ospedali di Olbia, Tempio Pausania, Sorgono, Lanusei, Carbonia e Iglesias: tutti presìdi dove il ricorso ai gettonisti non è una scelta, ma una necessità per tenere aperti i reparti di emergenza. La Regione fa affidamento anche sul concorso bandito da Ares: 44 posti di medico di emergenza-urgenza, con 52 domande presentate. L’obiettivo dichiarato è assumerli tutti. Ma anche qui i numeri raccontano altro: le preferenze dei candidati si sono concentrate quasi esclusivamente su Cagliari e Sassari, lasciando di fatto scoperte le sedi periferiche. Un esito prevedibile, che rischia di accentuare il divario territoriale anziché ridurlo. Si tratta di uno scenario che non riguarda solo la Sardegna, ma si è presentato anche in altre regioni. E in alcune realtà si è arrivati a soluzioni drastiche e immediate. È il caso di Alessandria. Qui l’intervento del prefetto ha consentito di forzare temporaneamente la normativa, richiamando il tema della sicurezza pubblica in caso di interruzione del servizio di pronto soccorso. Una strada estrema, ma non teorica, se davvero dovessero comparire cartelli di “chiuso” davanti a presìdi ospedalieri. Perché, al netto dei costi, paradossalmente inferiori per i gettonisti rispetto alle prestazioni aggiuntive dei dipendenti, la priorità resta una sola: garantire le cure.

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