La Nuova Sardegna

Le testimonianze

Sassari, sempre più giovani e donne si rivolgono agli Alcolisti anonimi: il percorso dei 12 passi per uscire dalla dipendenza

di Carolina Bastiani

	Illustrazione prodotta con l'intelligenza artificiale
Illustrazione prodotta con l'intelligenza artificiale

Il gruppo cittadino attivo dal 1975 si riunisce tre volte a settimana: anonimato e sostegno reciproco per affrontare la malattia

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Sassari «Il nostro programma di recupero dall’alcolismo si snoda in 12 passi: il primo è accettare che si è alcolisti». Inizia così il racconto dei servitori del Gruppo Sassari uno, una delle numerose sedi dell’associazione Alcolisti anonimi sparse per il mondo. «Il secondo passo – continuano – è affidarsi a qualcuno, perché hai capito che l’alcol è il tuo unico pensiero, ti sta rovinando la vita e da solo non riesci a uscirne». Si parte così, desiderando sopra ogni cosa di smettere di bere.

Il numero da chiamare è il 366 902 70 38.

Il gruppo

Questo desiderio è l’unico requisito richiesto se si vuole entrare a far parte dell’associazione. Al suo interno, ogni membro mette la propria esperienza al servizio degli altri per risolvere un problema comune, per trovare e mantenere la serenità insieme. Nessun giudizio o pregiudizio, nessuna imposizione, niente gerarchie. “Solo” amore, fiducia e la consapevolezza che non si è soli e che l’alcolismo si può sedare. Il fulcro dell’associazione è questo. E a Sassari, dove è attiva dal 1975, è una realtà in crescita: sempre più persone in città e nei dintorni, tra cui molti giovani e donne, si affidano le une alle altre nella loro battaglia contro l’alcol. E molte sono anche quelle di passaggio durante l’estate. Ma cosa si fa? Si partecipa a riunioni completamente anonime e gratuite tre volte a settimana, durante le quali prende il via un percorso che accompagnerà sempre i membri del gruppo. Chi vorrà unirsi sarà inizialmente seguito da uno sponsor.

Le testimonianze

Fondamentali, all’interno del percorso, sono le testimonianze. «Ogni testimonianza è diversa – spiegano i servitori –, ma c’è un filo che le lega tutte e quindi chi ascolta si identifica. Da lì si comincia ad acquisire fiducia e poi, piano piano si riesce ad abbandonare quella “stampella” che ci ha aiutato ad affrontare il lavoro, la vita in famiglia e così via portandoci però all’isolamento, a perdere ogni cosa». Il tutto all’interno di una società che mitizza il consumo di alcol.

Fatto per nulla trascurabile, poi, l’alcolismo che è una malattia progressiva che può solo peggiorare, caratterizzato da compulsività – cioè non ci si controlla dopo il primo bicchiere – porta con sé tante altre dipendenze. Prima su tutte quella dalla droga.

«È la strategia più usata per farsi passare la sbornia – spiega uno dei servitori sobrio da 25 anni – si prende la cocaina e si entra in un altro circolo». E poi la ludopatia. E poi si può ricadere nell’alcol. Le ricadute però non sono sempre negative. «Può succedere – dice il servitore – ma se si è già iniziato il percorso nel gruppo anche la ricaduta viene affrontata con una consapevolezza diversa. Non si è più disposti ad abbandonare le conquiste fatte».

«Soprattutto all’inizio non vedevo l’ora di venire alle riunioni – racconta una delle servitrici più anziane per sobrietà – anche se lavoravo e avevo poco tempo quei 10 minuti erano fondamentali». «Una delle cose più importanti – continua – è capire che la vita è bella anche senza alcol. Mi sono accorta che riuscivo a ridere, a scherzare e a divertirmi, ad avere la carica per fare tutto anche senza bere. Stavo bene! È stato un po’ difficile all’inizio, ma poi questa serenità è diventata più importante del bere».

Il messaggio, dunque, è chiaro: l’alcolismo si può tenere a bada. Tutto sta nel compiere il primo passo, a qualsiasi età, in qualsiasi contesto sociale, economico o religioso. Sia uomini che donne. «Ho visto come si è evoluto il fenomeno – continua – quando sono arrivata io, circa 12 anni fa, dei giovani non c’era traccia ed eravamo forse due donne. Ora ce ne sono molti e molte di più».

«Prima le donne si rinchiudevano nella disperazione – interviene un’altra servitrice più giovane – ora hanno il coraggio di farsi aiutare». La servitrice fa poi luce anche su un altro aspetto molto importante. «Il sostegno è necessario anche per i genitori e i famigliari degli alcolisti – dice – perché spesso non sanno come gestire la situazione e può succedere che senza volerlo alimentino il corto circuito. Per loro c’è l’associazione Al.Anon». Un’altra, l’Al.Ateen è dedicata ai figli.

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