È morto Bruno Contrada, il superpoliziotto dei misteri: chi era e perché fu accusato di aver favorito la mafia
È stato il numero tre dei servizi segreti civili italiani
È morto a 94 anni Bruno Contrada, ex alto dirigente della sicurezza dello Stato e figura tra le più controverse nella storia della lotta alla mafia in Italia. Il suo nome resta legato agli anni più drammatici della violenza mafiosa a Palermo e a una lunga e complessa vicenda giudiziaria che per decenni ha diviso opinione pubblica e giuristi.
Funzionario di polizia e poi dirigente dei servizi segreti civili, Contrada arrivò a ricoprire il ruolo di numero tre del Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica (Sisde) in un periodo segnato dalla sanguinosa offensiva di Cosa Nostra contro lo Stato. Proprio su quel contesto storico – gli anni della cosiddetta guerra di mafia – si è innestata la vicenda processuale che lo avrebbe reso uno dei protagonisti più discussi del dibattito pubblico italiano.
Nel corso degli anni Novanta Contrada fu accusato di aver favorito ambienti mafiosi e, al termine di un lungo iter giudiziario, venne condannato a dieci anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Una sentenza pesante, che portò l’ex dirigente a scontare otto anni di carcere e che alimentò un confronto durissimo tra chi riteneva provate le sue responsabilità e chi invece parlava di errore giudiziario.
La svolta arrivò dopo l’intervento della Corte europea dei diritti dell’uomo. I giudici di Strasburgo stabilirono che, per il periodo contestato a Contrada, il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non era sufficientemente definito nel diritto italiano. A seguito di quel pronunciamento, la magistratura italiana revocò la condanna e riconobbe all’ex funzionario un risarcimento.
Questa doppia traiettoria – prima la condanna definitiva, poi la sua cancellazione – ha trasformato il caso Contrada in uno dei più emblematici e divisivi nella storia giudiziaria recente del Paese, spesso citato nel dibattito sui rapporti tra apparati dello Stato, mafia e responsabilità penali.
Con la sua morte si chiude una vicenda personale e processuale che ha attraversato una delle fasi più drammatiche della storia repubblicana, sullo sfondo degli anni della guerra di mafia che segnarono Palermo e l’intero Paese.
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