La Nuova Sardegna

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L’intervista

Mario Macis: «La guerra in Medio Oriente impatterà sul futuro dei sardi, l’isola deve sfruttare le fonti rinnovabili»

di Giuseppe Centore
Mario Macis: «La guerra in Medio Oriente impatterà sul futuro dei sardi, l’isola deve sfruttare le fonti rinnovabili»

Il capo dipartimento della Hopkins University, originario di Samugheo: «La Sardegna deve produrre in proprio l’energia»

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Cagliari L’ennesima guerra in Medio Oriente sta sconvolgendo i mercati di tutto il mondo. Per alcuni la crisi rientrerà nel giro di poche settimane, e anche gli shock sul prezzo del petrolio si riassorbiranno pochi giorni dopo la fine delle ostilità. Per altri invece le bombe su Teheran e i missili su golfo Persico e Libano rappresentano il primo stadio di una crisi sistemica, che non riguarderà solo i prodotti petroliferi, ma anche le altre materie prime, le catene di produzione, i mercati finanziari e immobiliari. Uno shock dai risvolti imprevedibili, a prescindere dall’esito, militarmente scontato, del conflitto. La Sardegna, nel suo piccolo, sembrerebbe ignorata, per fortuna, dall’aspetto bellico diretto e indiretto. Invece, in quanto area povera e poco popolata di uno dei paesi più importanti di Ue e Nato, potrebbe subire più di altre aree i danni causati dal conflitto. In questa intervista Mario Macis, nato a Samugheo, laurea alla Bocconi, specializzatosi a Chicago, ora capo dipartimento di Economia alla Johns Hopkins University di Washington-Baltimora parla di come la crisi in Medio Oriente riguardi anche noi.

Professore, siamo in periferia, da tutti i punti di vista. L’impatto che la guerra, al di là della sua durata, potrebbe avere sulla nostra economia sembrerebbe di riflesso a quello che si avrebbe comunque da questa parte del mondo: aumento del prezzo della benzina, incremento, possibile, dell’inflazione, difficoltà negli approvvigionamenti, incertezze politiche e finanziarie. E poi?

«Difficile ipotizzare scenari, troppe le variabili. Questa crisi rischia di allargarsi ben oltre i confini del Medio Oriente e toccare anche il nostro paese, anzitutto per le sue drammatiche implicazioni umanitarie, ma anche per le possibili conseguenze sui prezzi dell’energia, dei carburanti e sulla sicurezza marittima, che la rendono una questione molto concreta. Per la Sardegna, le implicazioni più importanti sono soprattutto due. La prima riguarda il ruolo strategico che l’isola può avere, data la sua centralità nel Mediterraneo. La seconda attiene al costo dell’energia e dei carburanti, un tema che tocca direttamente famiglie, imprese e sistema produttivo. Sono due questioni diverse, ma strettamente collegate: entrambe mostrano quanto la Sardegna sia esposta agli equilibri geopolitici del Mediterraneo e quanto abbia bisogno di una propria linea di interesse strategico».

Però la politica estera e di difesa sono di competenza statale. Quale potrebbe essere una “propria linea di interesse”?

«Partiamo da un assunto. Il Mediterraneo è tornato a essere uno degli spazi più sensibili del mondo. Le rotte energetiche, la sicurezza marittima, le tensioni militari, i flussi migratori e le dinamiche commerciali che collegano Europa, Medio Oriente e Nord Africa si incontrano tutte in questo mare. Per l’Europa, il Mediterraneo è uno dei principali corridoi della sicurezza e dell’economia del continente. In questo contesto, la Sardegna occupa una posizione particolare e importante. La sua collocazione geografica la rende uno dei punti più centrali del Mediterraneo occidentale, e non è un caso che sull’isola si concentrino alcune delle principali strutture militari italiane o di rilevanza strategica: dal Poligono interforze del Salto di Quirra ai poligoni di Capo Teulada e Capo Frasca, fino alla base aerea di Decimomannu, alle installazioni militari e di telecomunicazione Nato e Usa nell’isola di Tavolara e allo stabilimento di Rwm Italia-Rheinmetall a Domusnovas. Quando le tensioni internazionali aumentano, il peso strategico di queste infrastrutture inevitabilmente cresce. Questo non significa che la Sardegna debba essere vista solo attraverso la lente militare. Ma significa riconoscere un dato di realtà: le grandi crisi geopolitiche del nostro tempo hanno riflessi concreti anche sull’isola».

Il dato di realtà, come lo chiama lei, è contestato da chi vede queste solo come servitù, da liberarsene al più presto.

«È una questione che riemerge periodicamente, non è di oggi. Il confronto su quale equilibrio trovare tra sicurezza, sviluppo economico e tutela del territorio procede con alti e bassi. L’isola ospita una quota molto elevata delle servitù militari italiane, in un quadro in cui le decisioni fondamentali sono state spesso assunte altrove. Le ragioni, storiche incrociano la geografia, la demografia, le caratteristiche delle aree coinvolte e sono entrate in conflitto con la tutela ambientale o con altre vocazioni economiche dell’isola. Proprio per questo motivo, il punto non può essere affrontato solo in termini di presenza o assenza di infrastrutture strategiche. La vera questione riguarda le condizioni e il modo in cui questa centralità viene governata. Se la Sardegna si trova, per ragioni geografiche, dentro questo nuovo scenario mediterraneo, è ragionevole chiedersi come trasformare tale posizione in un fattore di sviluppo più ampio e duraturo. Qui entra in gioco anche il sistema della ricerca e della formazione. Le università sarde rappresentano una risorsa importante. Negli anni hanno sviluppato competenze scientifiche e tecnologiche di alto livello, collaborazioni internazionali e capacità di attrarre progetti di ricerca europei, anche in ambiti che toccano l’energia, le tecnologie avanzate, la logistica e, in alcuni casi, applicazioni “dual use”. La Sardegna dispone dunque già di una base solida e qualificata. La questione è se questo patrimonio di competenze possa essere valorizzato in modo più sistematico e più chiaramente collegato a una strategia di sviluppo dell’isola nel Mediterraneo».

Stellette e petrolio, inteso come simbolo energetico, vanno sempre in coppia. Forse non a caso abbiamo la più grande raffineria del Mediterraneo, sin dalla sua nascita considerata infrastruttura strategica.

«La variabile energetica è la più immediata per i cittadini. Le tensioni in Medio Oriente ricordano quanto il tema dell’energia resti centrale negli equilibri geopolitici. Le crisi in quella regione hanno storicamente effetti rapidi sui prezzi del petrolio e del gas, e quindi anche sul costo dell’energia in Europa. Per una regione insulare come la Sardegna, il problema è particolarmente sensibile. Noi produciamo secondo i più recenti dati regionali consolidati di Terna, più elettricità di quanta ne consumiamo, ma rimaniamo comunque vulnerabile alle fluttuazioni dei prezzi energetici per più ragioni. Una parte importante della produzione elettrica sarda continua a essere termoelettrica; inoltre, anche i prezzi pagati da famiglie e imprese risentono del mercato elettrico italiano, che resta fortemente influenzato dal gas. Subiamo più di altri gli shock energetici internazionali. Per questo il tema delle rinnovabili assume un significato che va oltre la transizione ecologica».

Cioè la produzione in loco di energia da fonti rinnovabili rafforza la Sardegna e la fa diventare “essenziale”? Come lei sa, c’è un diffuso confronto su questo tema. In molti vedono le rinnovabili come le nuove servitù.

«L’isola possiede risorse naturali — sole e vento — che la rendono particolarmente adatta a sviluppare una quota maggiore di energia prodotta localmente. Conosco il dibattito soprattutto per quanto riguarda l’eolico e i suoi possibili impatti ambientali e paesaggistici. Ma la crescente instabilità internazionale ricorda anche un altro elemento: aumentare la quota di energia prodotta localmente da fonti rinnovabili non renderebbe la Sardegna automaticamente indipendente dalle oscillazioni del prezzo dell’energia, perché il mercato elettrico italiano resta fortemente influenzato dal costo del gas. Può però ridurre la vulnerabilità dell’isola agli shock geopolitici, soprattutto se accompagnato da sistemi di accumulo, autoconsumo e strumenti che consentano di valorizzare più stabilmente sul territorio l’energia prodotta localmente».

Da qui parte quella che ha chiamato linea di interesse?

«Sì. La Sardegna dovrebbe dotarsi sempre più di una propria bussola strategica, stabile e riconoscibile, invece di leggere ogni grande questione mediterranea solo attraverso il filtro degli equilibri politici del momento. La geografia, l’insularità e la collocazione dell’isola impongono priorità che non sempre coincidono con quelle del governo nazionale, quale che sia il suo colore. La posizione della Sardegna nel Mediterraneo è certamente un dato della geografia, ma come trasformare questa posizione in opportunità di sviluppo, conoscenza, sicurezza energetica e lavoro è invece una scelta politica, nazionale, ma soprattutto locale».

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