Referendum, Nichi Vendola: «Il paese ha detto No a una destra affamata di pieni poteri»
Il presidente di Sinistra Italiana: «Ora ripartiamo dall’opposizione alla guerra e dalla questione sociale»
Sassari Il fronte del No mai avrebbe immaginato che la serata di ieri avrebbe preso quella piega. Lo si percepisce dalla voce di Nichi Vendola, presidente di Sinistra italiana. Emozionato, trepidante, quasi commosso per una vittoria che, in effetti, in casa della sinistra mancava ormai da anni.
Vendola, si aspettava una simile affermazione del No?
«Ci speravo, perché non è la prima volta che l’Italia democratica si mostra allergica e reattiva di fronte ai tentativi di manipolazione della Costituzione. Questa volta il gioco sporco e coperto di una destra affamata di pieni poteri, insofferente all’esercizio di legalità ha prodotto questa reazione».
È stato un voto politico?
«Le poste in gioco erano molteplici. Da un lato, l’esplicito sfregio al potere giudiziario che andava disciplinato e intimidito nel nome di chi ritiene trumpianamente che l’unzione del voto popolare legittimi tutto e renda immune il sovrano da qualsiasi tipo di controllo. Ma c’è una cosa ancora più grave...».
Sarebbe?
«Siamo davanti a un governo che ha prodotto una moltiplicazione parossistica di norme penali, norme come spot che criminalizzano i poveri, i migranti, chi dissente, i lavoratori che bloccano una strada, gli studenti che occupano una scuola, norme che criminalizzano la resistenza passiva. Insomma, a fronte di questo giustizialismo classista si voleva invocare un codice garantista per i colletti bianchi, una specie di presunzione di ontologica innocenza per chi è ricco. Sarebbe stato un bel bottino per questa destra famelica. I loro argomenti sono stati talmente sguaiati che gli si sono ritorti contro. Hanno tentato il colpo gobbo, ma non ci sono riusciti: il popolo italiano glielo ha impedito».
Il sud ha votato in larga parte per il No, al nord invece il Sì ha prevalso in Lombardia, Veneto e Friuli.
«Ma ha prevalso di poco. Si può dire che hanno perso anche nelle regioni in cui hanno vinto di poco. Hanno messo in campo quella che sembrava un’invincibile armata, hanno fatto un uso spregiudicato dei media e della propaganda, occupato la tv, scatenato in prima persona la capacità persuasiva di Giorgia Meloni. Ebbene, nonostante tutto ciò, sono andati a sbattere. E aggiungo: ogni volta che capisce che c’è una posta in gioco importante il sud reagisce. L’amore per la Costituzione è un tratto distintivo della nostra opinione pubblica. Anche per parte dell’elettorato di centrodestra si era raggiunto il limite».
Qual è il significato politico di questo risultato?
«È cambiata un po’ l’aria. È come se la Meloni avesse fatto un azzardo grande e le fosse andato male. Per ingordigia ha determinato un corto circuito tra sé e il Paese, e anche in questa vicenda dimostra la natura della sua cultura politica. Anche in questa occasione si è sottratta alle domande dei giornalisti e ha mandato un video. È una modalità di per sé sgradevole che denuncia una appartenenza ideologica a un mondo che oggi prende una sonora sconfitta».
Fra un anno ci saranno le politiche: cosa non deve fare da qui ad allora il centrosinistra?
«Non deve guardarsi l’ombelico. Deve mettere al centro due questioni fondamentali. Innanzitutto, la critica alla guerra. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, del ritorno allo sterminio di massa bisogna rimettere in campo la battaglia per la pace e per il disarmo non solo di valori, ma politico-programmatica. E poi la questione sociale, raccontando la verità di un’Italia sui cui dolori e sulle cui pene la Meloni costruisce il racconto più menzognero che si sia mai udito, per non parlare del sodalizio politico con un genocida come Netanyahu e con quello che Trump sta facendo. Una destabilizzazione del mondo che rappresenta una minaccia anche per l’Italia. I sovranisti di casa nostra sembrano sovranisti per conto terzi. Dei patrioti la cui patria non è più l’Italia quando si tratta di interessi autentici quale è invece la pace per gli italiani».
