Il dolore del fratello di Giuseppe Nanula, sottocapo della Guardia Costiera morto in servizio. «Amava il suo lavoro e la Sardegna. Fa male non avere avuto giustizia»
Il decesso nelle acque di Olbia durante il pattugliamento in gommone davanti a Tavolara. Il caso fu archiviato come incidente in mare
Sassari Quindici anni non bastano quando restano troppe domande. Il tempo, in questi casi, non cicatrizza. Scava. Il dolore resta vivo nel cuore di Marco Nanula, fratello del sottocapo della Guardia costiera Giuseppe Nanula, morto il 30 marzo 2011 nelle acque di Tavolara durante un pattugliamento e ritrovato senza vita 7 mesi dopo. Una vicenda chiusa dal punto di vista giudiziario, archiviata come incidente in mare. Ma per la famiglia resta ancora aperta. Con troppi interrogativi e punti oscuri. «A noi non interessa trovare un colpevole – dice Marco Nanula, 26 anni -. Si impara a convivere con il dolore per una morte improvvisa, ma senza sapere cosa è realmente successo, non è facile. Il dolore scava nella testa e nel cuore. Si vive male. Diventa rabbia che spero prima o poi diventi giustizia».
«Giuseppe amava il suo lavoro e amava la Sardegna»
Marco ricorda il fratello maggiore con parole piene di amore e di orgoglio. «Amava la Guardia costiera e il suo lavoro, che svolgeva con dedizione – ricorda -. Era una persona abituata a raggiungere gli obiettivi. Siamo una famiglia umile, il sacrificio e l’impegno sono valori che ci sono stati insegnati da piccoli. E poi amava la Sardegna, è stata la sua seconda casa per otto anni». Marco ricorda il grande affetto ricevuto dopo la morte di Giuseppe. «Nel dolore abbiamo potuto contare su persone fantastiche – aggiunge -. Giuseppe aveva tanti amici, passava più tempo in Sardegna che in Puglia. Purtroppo non veniamo più nell’isola, il dolore è troppo forte soprattutto per mia madre. Chissà, forse io troverò la forza prima o poi».
La morte durante il servizio
Giuseppe Nanula aveva 27 anni quando il mare si prese la sua vita. Originario della Puglia, era in servizio alla Capitaneria di porto di Olbia. La mattina del 30 marzo, Nanula è a bordo di un gommone della Guardia Costiera insieme a una collega. Sono impegnati in un pattugliamento ordinario nelle acque davanti all’isola di Tavolara. Secondo la ricostruzione fornita nelle prime ore e poi confermata nelle indagini il mezzo avrebbe urtato un ostacolo semisommerso non meglio identificato. L’impatto avrebbe provocato la caduta in mare di entrambi i militari, che non indossavano i giubbini salvagente. Il gommone, rimasto senza controllo, si sarebbe allontanato. La collega riesce a restare a galla nonostante la temperatura fredda del mare e dopo ore viene soccorsa da un peschereccio. Di Nanula, invece, nessuna traccia. Per sette mesi.
Le ricerche e l’attesa
Scatta immediatamente una vasta operazione di ricerca coordinata dalla Capitaneria, con mezzi navali ed elicotteri. Per giorni, le acque tra Olbia e Tavolara vengono battute senza esito. Le ricerche ufficiali si interrompono dopo settimane come da protocollo, ma l’attenzione resta alta. Dopo circa sette mesi, nell’ottobre 2011, un corpo viene individuato in mare, le condizioni rendono necessarie delle verifiche scientifiche. È solo nel gennaio 2012 che l’esame del Dna conferma: si tratta di Giuseppe Nanula.
La ricostruzione ufficiale
Le indagini, condotte dalla Procura di Tempio, si concentrano su quanto accaduto a bordo del gommone. La versione che emerge e che viene ritenuta plausibile è quella dell’incidente nautico: urto con un oggetto non identificato, quindi la perdita di equilibrio e la caduta in mare. Non vengono riscontrati elementi tali da configurare responsabilità penali. Il procedimento viene quindi archiviato.
I dubbi della famiglia
Fin dall’inizio, i familiari contestano questa ricostruzione. Le perplessità si concentrano su alcuni punti: la dinamica dell’urto, con l’ostacolo che avrebbe causato l’incidente mai identificato. Il comportamento del mezzo con il gommone che non si ferma. Le condizioni del mare, ritenute non tali da giustificare una tragedia simile. Un’unica testimonianza, quella della collega del sottocapo, con alcuni punti contradditori. Elementi che, secondo la famiglia, lasciano spazio a scenari alternativi mai approfonditi fino in fondo.
Le richieste di riapertura indagini
Negli anni successivi, i familiari non si fermano. Presentano esposti e chiedono nuove indagini. A sostenere la battaglia è anche l’avvocato Carlo Taormina, che sollecita ulteriori verifiche tecniche e investigative. Nonostante ciò gli elementi forniti non vengono ritenuti tali da riaprire le indagini. L’archiviazione resta confermata.
Un dolore che non finisce
Nel 15esimo anniversario della morte di Giuseppe, Marco chiede solo di sapere cosa sia davvero successo e che il sacrificio del fratello non venga dimenticato. «Non mi interessa accusare nessuno – conclude -. Ma chiarire cosa sia successe davvero quel giorno renderebbe meno devastante questo dolore che non passa. Giuseppe ha dato la vita per quello in cui credeva, la Guardia Costiera. Merita giustizia e verità»
