La base di Sigonella negata agli Usa, stop dell’Italia agli atterraggi di aerei diretti in Medio Oriente
La decisione è stata presa dopo la segnalazione arrivata al ministro Guido Crosetto dal capo di stato maggiore della Difesa Luciano Portolano
Roma L’Italia ha negato agli Stati Uniti l’utilizzo della base di Sigonella per l’atterraggio di alcuni asset aerei diretti poi verso il Medio Oriente. L’episodio risale a qualche sera fa ed è stato mantenuto riservato. La decisione è maturata dopo che il capo di stato maggiore della Difesa, Luciano Portolano, ha contattato il ministro della Difesa Guido Crosetto per informarlo di quanto stava accadendo. A Portolano, la segnalazione era arrivata dallo stato maggiore dell’Aeronautica.
Secondo quanto emerso nelle verifiche, il piano di volo prevedeva l’arrivo degli aerei statunitensi a Sigonella prima della successiva partenza verso il Medio Oriente. La comunicazione, però, sarebbe arrivata quando i velivoli erano già in volo e senza alcuna richiesta di autorizzazione né consultazione preventiva con i vertici militari italiani. Gli accertamenti effettuati in un primo momento avrebbero escluso che si trattasse di normali voli logistici. Per questo, quei movimenti non sarebbero stati considerati compresi nel quadro previsto dai trattati con l’Italia.
A pesare sulla scelta anche il cosiddetto “caveat” indicato nel piano di volo: gli aerei, in assenza di emergenze, non avrebbero potuto atterrare senza autorizzazione. Non ci sarebbero quindi stati dubbi sulla linea da seguire. Era stato lo stesso Crosetto a sostenere in Parlamento che ogni operazione non ricompresa nei trattati e dunque soggetta ad autorizzazione sarebbe stata portata all’esame del Parlamento.
Su mandato diretto del ministro, è stato quindi Portolano a comunicare al comando statunitense la decisione italiana: niente atterraggio a Sigonella, perché mancavano sia l’autorizzazione sia il preventivo confronto con la parte italiana. Una scelta che, secondo la ricostruzione, è stata adottata mettendo in conto anche il rischio di una frizione diplomatica tra Roma e Washington, richiamando quanto avvenne nel 1985 ai tempi del governo Craxi e della presidenza Reagan.
