Giuseppe, l’autismo e il lavoro in pizzeria a Sassari: «Il più bel regalo per me è la libertà»
Il 36anne è stato assunto alla Roccia. Il progetto di integrazione e inclusione per persone neurodivergenti
Sassari «Quando ho visto quel foglio fare capolino in mezzo agli altri regali, non ho capito più nulla» racconta ancora emozionato Giuseppe, ragazzo sassarese con autismo, assunto una settimana fa al ristorante La Roccia come cameriere. Il foglio di cui parla è proprio il suo primo contratto di lavoro a tempo indeterminato: un regalo che sa di libertà. La sua è solo una delle tante belle storie di riscatto rese possibili grazie alla Formazione Lavoro Inside Aut Cafè, progetto promosso dalla Fondazione Lorenzo Paolo Medas, che da anni crea opportunità di crescita e di inclusione per persone neurodivergenti e non solo.
Un sogno, quello di lavorare in sala, che per Giuseppe è diventato un lavoro grazie al tirocinio iniziato un anno e mezzo fa nel ristorante in via Predda Niedda: «I primi giorni sono stati difficili, ho dovuto imparare a portare i piatti, servire al tavolo, ma oggi posso dire di aver raggiunto un buon risultato», dice Giuseppe, anche se ammette: «Ho dovuto scontrarmi da subito con alcune piccole regole: in servizio non si possono mangiare dolci, ma è più forte di me. Quando li vedo, non ci capisco più niente», ride. Portamento elegante, occhi profondi, garbo d’altri tempi e una spiccata autoironia, nel suo lavoro è un perfezionista, una macchina da guerra: massima concentrazione sulla comanda, corre veloce come il vento e non si fa fermare neanche dallo stomaco che brontola per la fame.
«Durante il servizio non mi fermo mai, preferisco mangiare dopo, non voglio interrompere il ritmo. Sento una grande responsabilità, ammetto di essere un po’ ansioso. Pensa che, in battuta, sono talmente concentrato che i colleghi, scherzando, mi chiedono che cos’ho», ride. Ma con lui i clienti, anche quelli più esigenti, possono stare tranquilli: «Ho una pazienza infinita».
Un traguardo per Giuseppe e una fase storica per l’azienda: «Abbiamo iniziato la collaborazione con la Fondazione Lorenzo Paolo Medas nel 2012, facendo delle piccole lezioni rivolte a gruppi misti di ragazzi neurodivergenti e neurotipici», spiega Mauro Ladinetti, che si è occupato della formazione. «Ci siamo specializzati in pizzeria e servizio ai tavoli. Durante le lezioni c’è chi si è scoperto più abile in cucina, chi più incline a fare il runner e chi più portato all’accoglienza. Giuseppe ha un po’ di tutto: gli piace accogliere la gente con il sorriso, augurargli buon appetito. Con la sua presenza ci regala risate e una leggerezza che ci migliora la giornata. E poi ha buona manualità e fa un ottimo caffè». Per non parlare dell’ordine: «Lascia sempre la sua postazione pulita. È un collega affidabile».
Per ora Giuseppe lavorerà la mattina tre volte a settimana: «Iniziamo con il pranzo, è una gestione sicura, ma piano piano gli faremo provare anche la sera». Le assunzioni non si fermano qui: «Abbiamo due ragazzi in prova in laboratorio e stanno rispondendo bene. Nei prossimi giorni, d’accordo con la Fondazione, definiremo come e in che orari inserirli», spiega il titolare della Roccia, Angelo Pinna. Per Giuseppe, il ristorante è il punto di approdo di un lungo percorso iniziato al circolo Inside Aut Cafè, progetto di formazione lavoro ideato dalla Fondazione Lorenzo Paolo Medas. Una palestra di vita dove i ragazzi con autismo si possono cimentare come camerieri. Il locale è piccolo, ma racchiude un mondo di possibilità. «I ragazzi vengono qui per imparare, ma hanno anche tanta fame di riscatto. Abbiamo una società ancora molto ancorata allo stigma, per cui, quando hai una diagnosi di autismo, automaticamente sei un inetto, una persona da tenere in casa. Questa società non è disposta ad aspettare chi ha semplicemente bisogno di imparare con un accorgimento diverso», dice Irene Pinna, presidente della Fondazione. Grazie a progetti come questo, per i ragazzi l’autodeterminazione diventa possibile: «E questo significa anche che i genitori possono stare più sereni, perché sanno che lasceranno i propri figli in una società che, spero, sta cominciando a capire che tutto si può fare: basta metterci amore, dedizione e tanta preparazione».
L’obiettivo non è il contratto a tempo indeterminato, quanto consentire a ogni ragazzo di imparare in uno spazio protetto. «Abbiamo allestito un ambiente confortevole che attenui gli stati d’ansia, per dare loro sicurezza e aumentare l’autostima, che in molti casi è molto bassa» spiega Antonio Ruiu, vicepresidente della Fondazione, che aggiunge: «Alcuni pensano di non farcela, altri hanno l’idea di non dover lavorare per tutta la vita. Noi, invece, gli dimostriamo che possono mettersi in gioco». C’è chi rimane un mese e poi va via e chi, come Giuseppe, riesce a compiere lo step successivo: «Questo dev’essere un luogo di passaggio». Ma cosa significa per questi ragazzi avere un impiego? Per Irene «vuol dire che possono fissarsi una meta e che quei limiti, più che reali, sono imposti e si possono valicare». Per chi, come loro, deve correre in una società neurotipica che cammina, il lavoro è un’importante forma di emancipazione: «Quando acquisiscono questa consapevolezza, danno il meglio di sé e qui avviene la magia: iniziano a muoversi da soli e si sentono liberi».
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