Club dilettanti imbottiti di stranieri, il fallimento degli azzurri ai mondiali parte da qui: ecco perché il calcio italiano non cresce
In Sardegna dall’Eccellenza alla Prima aumento abnorme di giocatori esteri
Sassari La Waterloo della Nazionale ha fatto riemergere il dibattito sull'eccessivo numero di stranieri presenti nei campionati, che soffocherebbero i nostri calciatori. Tema ricorrente anche nel settore dilettanti, dove da qualche anno si assiste a un crescendo “wagneriano” di calciatori non italiani, in particolar modo sudamericani. Anche in Sardegna, soprattutto in Eccellenza, Promozione e Prima Categoria. La motivazione: si fa in fretta a ingaggiarli, senza lunghe trattative. E costano meno, vista anche la situazione economica delle aree di provenienza, anche se su questo punto non tutti sono d’accordo.
Il Tempio di stranieri ne ha “solo” 4 in rosa. Il presidente Salvatore Sechi è categorico. «La colpa è di noi presidenti – tuona – In assenza di regole precise dovremmo assumerci l'impegno di limitare l'utilizzo di stranieri e di valorizzare i locali. I miei appelli sono invece caduti nel vuoto. Il colmo si raggiunge nelle piccole realtà, che fanno l'esatto contrario, mettendosi nelle mani di procuratori spesso senza scrupoli che riempiono le rose di non italiani. Siamo sull'orlo dell'abisso».
Isola felice l’Alghero, che ha già vinto in carrozza la Promozione. «Qua tanti atleti locali – afferma mister Mauro Giorico – e un florido settore giovanile. È la strada giusta per valorizzare le nostre specificità». Percorso intrapreso in Promozione anche dal Li Punti: «Questa stagione abbiamo deciso di cambiare – spiega il presidente Salvatore Virdis – niente stranieri e attenzione al vivaio. Contenti così».
E le altre società? Spesso il numero degli stranieri in rosa supera quello dei locali. Africani, comunitari e sudamericani. In particolare la presenza di argentini ha del clamoroso: sono diverse centinaia nei vari campionati sardi. Spesso con doppia cittadinanza ed uno stile di vita più vicino a quello mostrano, il che ne rende più facile l'inserimento. «Gli argentini si allenano e non fanno storie – dichiara Ivano Falchi, tecnico del Monte Alma di Nulvi, squadra di Prima Categoria in vetta alla classifica –. A volte invece i nostri ragazzi appaiono svagati». Sulla mancanza di talenti Falchi è chiaro: «Occorre cambiare metodi anche nelle scuole calcio. Tornare all'uno contro uno. Nessuno sa più dribblare». Una valutazione spietata la offre l'ex grande calciatore Mario Piga: «Ok alla limitazione degli stranieri – esclama il palaese – ma i talenti sardi non crescono perché nelle scuole calcio e nei settori giovanili allenano spesso amici dei dirigenti, che non hanno mai giocato a calcio. Cosa possono insegnare?».
Sull’utilizzo degli stranieri, oltre a Ossese, Ilvamaddalena, Coghinas, Atletico Bono e tante altre compagini, un esempio eclatante è il Santa Teresa, che in estate ha acquistato il titolo dal San Teodoro per partecipare all’Eccellenza. «In quei giorni non c'erano alternative – racconta l'ex tecnico dei lungonesi Celestino Ciarolu –. O ricorrevi agli stranieri o rinunciavi a iscriverti». Un concetto estremizzato da altri presidenti, che preferiscono tenere l'anonimato: «Senza stranieri ora campionati non ne fai». «Assistiamo a un grosso calo demografico – dice il dirigente storico del Campanedda Gavino Zirattu – e anche per questo si ricorre agli stranieri. Bisogna però riscrivere regole, anche su numero, svincoli e cartellinamenti». Bosnia-Italia è quindi solo la punta di un iceberg di un sistema calcio variegato che non funziona più.
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